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Pregliasco: “Si torna al bipolarismo ma tutte le sigle centriste valgono il 15”

Lorenzo Pregliasco 

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Intervista al direttore di Youtrend
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Lorenzo Pregliasco, direttore di Youtrend e analista politico, quanto pesa realmente oggi il centro?

«Lo scarto tra le due coalizioni ci dice che qualsiasi pezzo, al centro, a destra o a sinistra, può diventare fondamentale. Il valore del centro è anche simbolico: al di là del 2, 3 o 4 per cento che può portare, serve a una coalizione per non lasciare scoperta una parte dello spazio politico. Se il campo largo non avesse nulla alla destra del Pd, come alcuni preferirebbero, al di là del 2-3 per cento di Renzi darebbe all’elettorato moderato il messaggio di essere una coalizione marcatamente di sinistra. Escludere quell’area potrebbe quindi far apparire più moderata la coalizione avversaria. Lo stesso, a parti invertite, accadrebbe al centrodestra senza Forza Italia. C’è un valore indiretto del centro».

Quindi è più una questione di percezione che di peso elettorale?

«È una percezione che ha ricadute elettorali. Verosimilmente avremo un’elezione molto bipolare, con l’80-90 per cento de…

Lorenzo Pregliasco, direttore di Youtrend e analista politico, quanto pesa realmente oggi il centro?

«Lo scarto tra le due coalizioni ci dice che qualsiasi pezzo, al centro, a destra o a sinistra, può diventare fondamentale. Il valore del centro è anche simbolico: al di là del 2, 3 o 4 per cento che può portare, serve a una coalizione per non lasciare scoperta una parte dello spazio politico. Se il campo largo non avesse nulla alla destra del Pd, come alcuni preferirebbero, al di là del 2-3 per cento di Renzi darebbe all’elettorato moderato il messaggio di essere una coalizione marcatamente di sinistra. Escludere quell’area potrebbe quindi far apparire più moderata la coalizione avversaria. Lo stesso, a parti invertite, accadrebbe al centrodestra senza Forza Italia. C’è un valore indiretto del centro».

Quindi è più una questione di percezione che di peso elettorale?

«È una percezione che ha ricadute elettorali. Verosimilmente avremo un’elezione molto bipolare, con l’80-90 per cento dei voti concentrato sulle due coalizioni, e quindi quell’effetto può diventare importante. Anche perché gli elettori moderati non votano soltanto Renzi o Calenda: il Pd e Fratelli d’Italia sono pieni di elettori moderati. Per questo coprire il centro produce effetti anche sui grandi partiti».

Eppure oggi sembrano esserci più aspiranti leader centristi che elettori centristi...

«Questa è un po’ la contraddizione di quell’area. Se guardiamo ai soggetti che la compongono troviamo Lupi, Ruffini, Marattin, Boldrin, +Europa, Onorato, Renzi, Calenda. Togliendo FI, parliamo di sette-otto possibili soggetti che complessivamente valgono intorno al 15 per cento. Non c’è una massa concentrata in un unico soggetto e, con questa legge elettorale e lo sbarramento, la frammentazione viene anche penalizzata».

In una fase in cui in molti Paesi sembrano premiare proposte politiche più radicali e riconoscibili, il centro ha ancora lo stesso peso di un tempo?

«Con lo sbarramento c’è il rischio di restare fuori e l’elettore lo sa. Può quindi essere incentivato a scegliere qualcun altro, magari un po’ meno vicino alle proprie idee, ma con la convinzione che il suo voto conti di più: è il meccanismo del voto utile. Storicamente l’area di centro contava molto anche perché, nella logica della persuasione dell’elettore che sta dall’altra parte, un voto conquistato vale quasi doppio. Se un partito moderato di destra sottrae un elettore a un partito moderato di sinistra, è come se guadagnasse due voti: uno in più per sé e uno in meno per l’avversario. Quel modello, però, viveva anche di un’alta affluenza e di un paradigma elettorale giocato sulla capacità di persuadere. Oggi, con un’affluenza più bassa, conta maggiormente la capacità di mobilitare i propri elettori. Gli indecisi naturalmente esistono, e sono molti in un’epoca di grande liquidità e mobilità dell’opinione pubblica, ma oggi può essere più importante avere una proposta riconoscibile, motivante, piuttosto che collocarsi in mezzo per conquistare il presunto elettore mediano». Anche perché il “centrismo” di oggi esprime spesso posizioni nette e a volte divisive. Il moderato non è più necessariamente quello che cerca di dare ragione a tutti, ma piuttosto colui più disponibile a muoversi tra una coalizione e l’altra?

«Il concetto stesso di centro e di moderatismo andrebbe capito meglio. Pensiamo a Boldrin o allo stesso Calenda: una collocazione centrista e liberale non si accompagna necessariamente a toni timidi o a posizioni sfumate. Se dobbiamo trovare un comune denominatore tra queste forze, possiamo individuarlo nel liberalismo in economia e in una collocazione geopolitica europeista e atlantista, concetto complesso da definire oggi con Trump».

Ma centrismo è sinonimo di stabilità?

«Il tema è un altro: il paradosso dei sistemi con premio di maggioranza è che, incentivando coalizioni larghe ed eterogenee, si trasformano in fattore di instabilità».

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