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Ipotesi primarie online: nel Pd si apre il confronto sulla proposta dei 5 stelle

Elly Schlein 

 

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Gli esponenti della segreteria dem favorevoli alla nuova modalità di consultazione. I timori della minoranza
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ROMA – Da ultimo l’ha ripetuto il capogruppo del M5S al Senato Luca Pirondini in un’intervista a Repubblica: «Primarie prima possibile, e anche online». Tradizione Rousseau in purezza. Il partito di Giuseppe Conte la considera una linea rossa. E il Pd? Se la minoranza riformista teme le ingerenze esterne, o meglio «l’insalata russa», per dirla con la colorita immagine di Paolo Gentiloni, l’area più vicina alla segretaria Elly Schlein apre all’ipotesi: «E che problema c’è?», risponde il presidente dei senatori dem Francesco Boccia da Digithon, la manifestazione annuale sull’innovazione digitale che organizza a Bisceglie. «Non c’è nessun rischio se si verifica l’identità di chi accede alla piattaforma e il voto viene autenticato con serietà da due o tre certificatori esterni per ogni candidato». Piccolo affondo per i colleghi: «Ha paura solo chi è rimasto alla calcolatrice, se lo dicessi ai ragazzi che ho qui intorno si metterebbero a ridere».

Anche per Marco Sarracino, responsabile Sud…

ROMA – Da ultimo l’ha ripetuto il capogruppo del M5S al Senato Luca Pirondini in un’intervista a Repubblica: «Primarie prima possibile, e anche online». Tradizione Rousseau in purezza. Il partito di Giuseppe Conte la considera una linea rossa. E il Pd? Se la minoranza riformista teme le ingerenze esterne, o meglio «l’insalata russa», per dirla con la colorita immagine di Paolo Gentiloni, l’area più vicina alla segretaria Elly Schlein apre all’ipotesi: «E che problema c’è?», risponde il presidente dei senatori dem Francesco Boccia da Digithon, la manifestazione annuale sull’innovazione digitale che organizza a Bisceglie. «Non c’è nessun rischio se si verifica l’identità di chi accede alla piattaforma e il voto viene autenticato con serietà da due o tre certificatori esterni per ogni candidato». Piccolo affondo per i colleghi: «Ha paura solo chi è rimasto alla calcolatrice, se lo dicessi ai ragazzi che ho qui intorno si metterebbero a ridere».

Anche per Marco Sarracino, responsabile Sud della segreteria Pd, seppure il «tema delle ingerenze esterne non vada sottovalutato», le consultazioni digitali «si possono fare», purché si prendano «le dovute precauzioni», a partire da «una pre-registrazione via Spid verificata da società indipendenti». Secondo il deputato campano, c’è un’altra ragione per cui il Pd non deve temere il doppio canale: «La partecipazione in presenza ai gazebo sarà sempre maggiore». Se i 5S pensano che il voto digitale porti acqua al mulino del leader Conte, tra i dem è forte l’idea che la struttura territoriale del Pd sia uno strumento di mobilitazione superiore a qualsiasi clic.

I dubbi, quindi, vengono dall’area più sensibile alla minaccia russa e alla sua tentacolare guerra ibrida. Il senatore Graziano Delrio la mette così: «Non si può banalizzare il contesto in cui ci troviamo. Abbiamo visto, dalla Brexit in poi, l’impatto che i fattori esterni possono avere sui processi politici democratici». Tanto più alla luce della destinazione, rimarca l’ex ministro dei Trasporti: «In questo caso un processo democratico che, potenzialmente, guarda a Palazzo Chigi». Il collega senatore Filippo Sensi, pur non volendo passare per “luddista” del voto online, pone la questione sotto forma di domanda: «Ma siamo davvero in grado di verificare le iscrizioni e controllare tutto con assoluta certezza? Le tecnicalità non sono irrilevanti nell’epoca dei bot russi». In realtà, a taccuini chiusi, i favorevoli al voto digitale ricordano un pezzo di storia rimosso: il Pd l’ha già fatto. Non solo. Nel 2023, fu proprio Schlein a chiedere che fosse permesso nelle primarie in cui sfidava Stefano Bonaccini. Ecco la (non ancora) segretaria a gennaio di quell’anno in un’intervista ad Avvenire: «La mia proposta sul voto online è complementare al voto nei gazebo, per dare uno strumento in più» contro «l’astensionismo». Un ragionamento che i 5S sarebbero pronti a rinfacciarle. Alla fine, va detto, viste le resistenze dell’ala bonacciniana, il voto telematico fu limitato a una ristretta casistica: residenti all’estero o in montagna e persone impossibilitate a raggiungere i gazebo per malattia. Si pre-registrarono circa 2800 elettori. Una mini porziuncola del milione e passa che si espresse, in totale, ai gazebo.

Non fu l’unica volta. La consultazione digitale entrò anche nelle primarie per scegliere i candidati di Roma, Torino e Bologna cinque anni fa. Lo ricorda bene Donato Apollonio, l’ingegnere informatico che per dieci anni ha ricoperto il ruolo di responsabile nazionale della gestione dei dati del Pd, occupandosi del voto online sia nel 2021 che nel 2023. «Quando l’abbiamo utilizzato, non ci sono state irregolarità. Si può fare, servono le competenze. Oggi è più semplice con la carta d’identità elettronica obbligatoria, noi siamo stati i primi a utilizzare lo Spid per l’autenticazione». Un suggerimento per il futuro prossimo: «Per la vidimazione si può pensare a una società esterna, ma è più importante che si individui un soggetto garante di cui tutti si fidano per amministrare la piattaforma». L’aggressività degli hacker russi, racconta, non è una novità: «Nel 2020 i database del partito furono sotto attacco per un mese ma riuscimmo a difenderci, alla fine si stancarono». All’epoca il tesoriere, che collaborò a stretto contatto con Apollonio, era Walter Verini. Oggi dubbioso rispetto al voto online: «Non si tratta di primarie interne al partito, la posta in gioco è più alta, si decide il candidato premier». E non si può ignorare quello che accade da anni: «Putin condiziona le elezioni in tutto il mondo».

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