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Mancini: “Primarie, sfida evitabile. Serve una leadership forte. Gualtieri? Corre a Roma, per ora”

Claudio Mancini 

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Il deputato dem: “Con il Melonellum sarà da superare il 42%. Adesso il blocco Pd-M5S-Avs è stimato tra il 36 e il 39. Occorre mobilitare i nostri e attrarre indecisi”
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ROMA – Claudio Mancini, deputato del Pd alla seconda legislatura, si gode lo spettacolo seduto su un divanetto in Transatlantico. Tutto il chiacchiericcio sul famoso federatore porta dritto a Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia, di cui lui è amico fraterno e sodale politico da quasi trent’anni.

Onorevole, ora ce lo può dire: è Gualtieri il famoso terzo nome che Conte avrebbe voluto lanciare nella corsa per la premiership del centrosinistra?

«Gualtieri si ricandida a Roma e fra un mese apre la campagna elettorale, ma non è — né può essere — indifferente allo scenario nazionale che nel 2027 vedrà le elezioni politiche intrecciarsi con quelle amministrative».

Significa che non è interessato al ruolo di federatore e intende restare alla guida della Capitale?

«Io non posso rispondere per lui, però vedo che da mesi si parla sui giornali di quale possa essere il modo migliore con cui scegliere il leader del campo progressista. Si oscilla tra l’indicazione del c…

ROMA – Claudio Mancini, deputato del Pd alla seconda legislatura, si gode lo spettacolo seduto su un divanetto in Transatlantico. Tutto il chiacchiericcio sul famoso federatore porta dritto a Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia, di cui lui è amico fraterno e sodale politico da quasi trent’anni.

Onorevole, ora ce lo può dire: è Gualtieri il famoso terzo nome che Conte avrebbe voluto lanciare nella corsa per la premiership del centrosinistra?

«Gualtieri si ricandida a Roma e fra un mese apre la campagna elettorale, ma non è — né può essere — indifferente allo scenario nazionale che nel 2027 vedrà le elezioni politiche intrecciarsi con quelle amministrative».

Significa che non è interessato al ruolo di federatore e intende restare alla guida della Capitale?

«Io non posso rispondere per lui, però vedo che da mesi si parla sui giornali di quale possa essere il modo migliore con cui scegliere il leader del campo progressista. Si oscilla tra l’indicazione del capo-partito più votato, le primarie, una figura terza di garanzia. E mi pare che questa attenzione non sollecitata per Roberto, come per altri sindaci e presidenti di Regione, finisca per segnalare la grande distanza che c’è tra le aspettative dell’opinione pubblica e la nostra discussione, tutta interna al ceto politico».

Quali sono le aspettative dell’opinione pubblica?

«Mi pare abbastanza evidente: l’unità delle forze progressiste, indispensabile per battere una destra che ha fatto danni al Paese. Non distinguo, ripicche e dispetti, ma un’alternativa di governo forte e riconoscibile».

E l’unità si può raggiungere con le primarie, che per Avs rischiano di essere divisive? Oppure, sono ormai inevitabili, come sostiene la maggioranza del Pd?

«Prima di dire se sono o no inevitabili aspetterei l’entrata in vigore della legge elettorale che prevede l’indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma: una norma che noi contestiamo e sarà oggetto di uno dei ricorsi alla Corte costituzionale. Anche per questo trovo ragionevole che le primarie, se si faranno, si tengano dopo il pronunciamento della Consulta».

Cioè potrebbero non essere più necessarie se cadrà l’obbligo di indicare il candidato premier?

«Le sentenze sulla legge elettorale sono auto-applicative. Definire le scelte della coalizione senza la certezza delle regole di voto sarebbe imprudente perché tanti punti di dubbia costituzionalità possono modificarne la natura, come accadde per l’Italicum».

E quindi? Il centrosinistra potrà andare a elezioni senza un leader unico che metta la faccia nella sfida contro Giorgia Meloni?

«No. Anche se non necessario formalmente, non possiamo non dire agli italiani chi sarà a presiedere il governo in caso di vittoria. Fermo restando che siamo in una democrazia parlamentare e, a differenza dei nostri avversari, nutriamo profondo rispetto per le prerogative del capo dello Stato».

Ma nel frattempo che la Consulta si pronunci, la lotta per la leadership non rischia di logorare l’alleanza progressista?

«Con l’entrata in vigore del Melonellum bisognerà comunque superare la soglia del 42%. Al momento il blocco Pd-M5S-Avs è stimato tra il 36 e il 39 per cento. Non basta. Serve una candidatura a premier che mobiliti i nostri, attragga gli indecisi e dia forza e coraggio a una galassia di sigle che al centro si stanno organizzando, ma sono ancora troppo piccole per dare un contributo decisivo al successo del centrosinistra».

Per cui potrebbe tornare in auge Gualtieri come terzo nome in grado di mettere d’accordo tutti?

«Non credo. Roma non è un gioco di società che si può interrompere a comando. Abbiamo già dato, anche se in altre epoche. All’assemblea nazionale in programma il 18 ottobre il Pd darà alla segretaria Elly Schlein il mandato per guidarci fino alle politiche. Sono certo che saprà coniugare unità, pluralismo e profilo di governo necessari per vincere e convincere».

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