Meloni si smarca. La scelta anti-tycoon per non perdere voti
di Tommaso CiriacoROMA – La riflessione, a Palazzo Chigi, è stata breve. Il confronto con la Farnesina ancora più rapido. Impossibile per l’Italia non partecipare alla dichiarazione congiunta con cui i membri del G7 (ad eccezione degli Stati Uniti) si sono schierati a favore della Corte penale internazionale e contro le sanzioni annunciate da Donald Trump. Impossibile restare al fianco di Washington – in questa battaglia spalleggiata da Israele – senza pagare un prezzo politico devastante. Un costo che la premier non intende affrontare, a pochi mesi dalle elezioni.
Non c’è stato dubbio, dunque. Per non rischiare di finire nel mirino delle opposizioni, fonti della Farnesina anticipano la pubblicazione dello statement e fanno sapere che Roma ha aderito alla condanna: meglio non tacere, perché potrebbe passare il messaggio che l’Italia si voglia schierare soltanto a causa delle critiche del centrosinistra. E così si spiega anche l’intervento di Antonio Tajani: «Il Nobel per la Pace è assegnato. È stata scelta una donna che ha una grande esperienza, è giusto che sia così. Non è che gli Usa devono commentare a chi si dà il premio».
Gli alleati europei erano stati preallertati dagli americani della mossa ostile alla Cpi. E avevano subito ragionato di come reagire. Prima della riunione dei ministri degli Esteri che licenzia il testo congiunto, Tajani ottiene l’ultimo via libera da Meloni. Inevitabile. E neanche particolarmente rischioso: lo scudo fornito dalle capitali europee e dagli altri partner del G7 rende la presa di posizione neanche troppo scomoda o scivolosa.
Arriva proprio nelle ore in cui Trump si presenta al Columbus day per ammiccare all’elettorato italo-americano con l’obiettivo di convincerlo a sostenerlo nelle elezioni di medio termine. Ma è una partita diversa, casi distinti che corrono su altri binari. E comunque, Palazzo Chigi eviterà di cavalcare la difesa della Cpi, a differenza di altri partner, anche perché con la Corte le relazioni restano fredde dopo il caso Al Masri. Semmai l’esecutivo batterà sulla necessità di provare a ricucire nel corso dei sei mesi che i contendenti hanno deciso di far trascorrere prima che le sanzioni entrino effettivamente in vigore.
La lettura di quanto accaduto tra Trump e la Cpi, invece, è univoca nelle diverse cancellerie continentali e occidentali. Ed è la stessa fornita informalmente dall’esecutivo italiano: una mossa ispirata da Benjamin Netanyahu, una sponda offerta dal tycoon all’amico in difficoltà in vista delle politiche in Israele.
Altre elezioni, quelle che in Italia si terranno nel 2027, orientano le mosse di Palazzo Chigi. Da molti mesi ormai – e certamente dopo gli insulti pubblici ricevuti da Trump – la presidente del Consiglio evita di mettere troppo la faccia sulle decisioni del Presidente Usa. Di difenderlo, di sostenerlo. Ha pagato un prezzo con l’opinione pubblica, non intende replicare. Certo, cerca di ripristinare relazioni civili. Ma per aiutarlo non intende rompere il fronte europeo, e men che meno mostrarsi conciliante con “Bibi”: non conviene e fa perdere voti, è la lezione ormai chiara al vertice del governo.