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Lega, Iezzi: “Maxi riformulazione nella pdl sulla cittadinanza, c'è anche una norma anti-maranza”

Lega, Iezzi: “Maxi riformulazione nella pdl sulla cittadinanza, c'è anche una norma anti-maranza”

Il deputato leghista: “Per la prima volta in Italia vengono introdotti una seria di reati che precludono l'ottenimento della cittadinanza per chi nasce nel nostro paese al compimento dei 18 anni”. Dalla sanzione penale si aggiunge una conseguenza sul piano dell'appartenenza alla comunità nazionale

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Non bastava rendere più semplice processarli. Adesso la destra vuole anche impedire loro di diventare italiani. L'ossessione per i cosiddetti “maranza” produce un'altra stretta, stavolta sulla cittadinanza. A meno di tre mesi dal disegno di legge approvato dal governo per modificare le regole sull'imputabilità dei minorenni, è la Lega a rilanciare. E lo fa con un emendamento alla proposta di legge sulla cittadinanza, attualmente all'esame della commissione Affari costituzionali della Camera. L'obiettivo è introdurre nuovi ostacoli per i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che, raggiunta la maggiore età, vogliono ottenere la cittadinanza del Paese nel quale sono cresciuti.

A spiegare la novità è il deputato leghista Igor Iezzi, primo firmatario della proposta di legge. «Per la prima volta in Italia vengono introdotti una serie di reati che precludono l'ottenimento della cittadinanza per chi nasce nel nostro Paese al compimento dei 18 anni», annuncia all'Ansa. Tra questi, tutti quelli legati allo spaccio di stupefacenti. «Chi spaccia e viene condannato, a 18 anni non può più chiedere la cittadinanza almeno per i successivi dieci anni». La misura compare nella maxi-riformulazione del testo arrivata in commissione, mentre nella maggioranza si ragiona anche sulla possibilità di ampliare i casi di revoca della cittadinanza.

È un altro tassello della strategia securitaria del centrodestra, che ha individuato nei fantomatici “maranza” uno dei suoi bersagli preferiti. Un termine nato nel linguaggio giovanile, diventato rapidamente un'etichetta politica, utilizzata per evocare “bande” di ragazzi, spesso di origine straniera, e per sovrapporre il tema della criminalità minorile a quello dell'immigrazione. Una categoria dai contorni indefiniti, ma proprio per questo particolarmente utile nella propaganda. E sulla quale la competizione a destra si fa sempre più serrata. Sullo sfondo, infatti, c'è Roberto Vannacci. Il generale in pensione, con Futuro Nazionale, continua a presidiare il terreno identitario della remigrazione, della sicurezza e della contrapposizione all'immigrazione. Un'agenda che mette pressione soprattutto alla Lega, costretta a contendere al suo ex esponente una parte dell'elettorato più radicale. Così la rincorsa si sposta continuamente più avanti: dalle espulsioni alle restrizioni sulla cittadinanza, dalla repressione della criminalità minorile alla possibilità di revocare lo status di cittadino. La parola d'ordine è mostrare fermezza, possibilmente più degli altri.

Del resto, meno di tre mesi fa era stata Giorgia Meloni in persona a intestarsi la precedente norma anti-maranza. «Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre anche se ha 15 o 16 anni», aveva scandito la premier in un video sui social. Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri interveniva sull'articolo 98 del codice penale, invertendo il criterio di accertamento dell'imputabilità per i minori tra i 14 e i 18 anni. Non più la necessità di verificare positivamente la capacità di intendere e di volere, ma una presunzione di imputabilità, salva la possibilità di dimostrare il contrario. «Una sorta di facilitazione del processo», l'aveva definita il ministro della Giustizia Carlo Nordio, rivendicando la continuità con il decreto Caivano.

Ora la nuova offensiva riguarda un terreno ancora più delicato: il diritto alla cittadinanza. I destinatari della misura non sono ragazzi arrivati da poco in Italia, ma giovani che in Italia sono nati, hanno frequentato le scuole e costruito le proprie relazioni. E che, pur vivendo nel Paese dalla nascita, non sono automaticamente cittadini italiani. Per loro la condanna per determinati reati diventerebbe un ulteriore ostacolo, capace di rinviare di almeno un decennio la possibilità di ottenere il riconoscimento della cittadinanza.

Dalla sanzione penale si aggiunge una conseguenza sul piano dell'appartenenza alla comunità nazionale. Una distinzione che non riguarda i coetanei già in possesso della cittadinanza italiana e che finisce per trasformare il percorso di integrazione in un terreno di ulteriore penalizzazione.

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