Alfieri (Pd): “L’unità non s’improvvisa. Serve tempo, ma Kiev va aiutata”
di Serena RiformatoAlessandro Alfieri, capogruppo Pd in commissione Esteri del Senato, perché sul Consiglio Ue e l’Ucraina oggi le opposizioni presenteranno ancora una volta risoluzioni separate?
«In questa legislatura è sempre accaduto. In ogni caso, il 90% dei nostri testi conterrà punti condivisi. Rimane una differenza di vedute sul tipo di sostegno da fornire a Kiev. Il popolo ucraino deve potersi difendere dai bombardamenti indiscriminati di Putin. Continueremo ad aiutarli».
Questione non secondaria. Non c’è stato nemmeno il tentativo di proporre una mozione unitaria?
«Non si può improvvisare. Ci vuole tempo perché è un aspetto serio e qualificante per ogni forza politica. Bisogna entrare nel merito. È il lavoro che si farà al tavolo del programma comune».
Che sembra non arrivare mai. C’è un orizzonte temporale?
«Adesso ogni partito ha finito appuntamenti e percorsi interni. Siamo pronti, non si parte da zero. Lo abbiamo dimostrato con la risoluzione unitaria sul Documento programmatico di finanza …
Alessandro Alfieri, capogruppo Pd in commissione Esteri del Senato, perché sul Consiglio Ue e l’Ucraina oggi le opposizioni presenteranno ancora una volta risoluzioni separate?
«In questa legislatura è sempre accaduto. In ogni caso, il 90% dei nostri testi conterrà punti condivisi. Rimane una differenza di vedute sul tipo di sostegno da fornire a Kiev. Il popolo ucraino deve potersi difendere dai bombardamenti indiscriminati di Putin. Continueremo ad aiutarli».
Questione non secondaria. Non c’è stato nemmeno il tentativo di proporre una mozione unitaria?
«Non si può improvvisare. Ci vuole tempo perché è un aspetto serio e qualificante per ogni forza politica. Bisogna entrare nel merito. È il lavoro che si farà al tavolo del programma comune».
Che sembra non arrivare mai. C’è un orizzonte temporale?
«Adesso ogni partito ha finito appuntamenti e percorsi interni. Siamo pronti, non si parte da zero. Lo abbiamo dimostrato con la risoluzione unitaria sul Documento programmatico di finanza pubblica, firmata e votata da tutte le opposizioni dal M5S a Italia viva. È un embrione di programma comune. Ci sono le nostre proposte sugli stipendi, la sanità, la casa, il caro energia, le spese sulla difesa».
Su Kiev siete sicuri che il leader M5S Giuseppe Conte non voglia tenersi le mani libere in vista delle primarie?
«Questo non lo posso sapere. Sono convinto che però ci sia la possibilità di raggiungere un punto di sintesi che insista sul rafforzamento dell’iniziativa diplomatica e sulla necessità di scegliere un inviato europeo unico che possa sedere al tavolo dei negoziati perché la soluzione delle crisi non sia affidata solo a Xi Jinping, Putin e Trump».
Ci sarà un elemento di novità nella vostra mozione?
«Serve una nuova “Helsinki”, una grande conferenza per pensare una nuova architettura di sicurezza europea: futuro delle rotte artiche, spazio, ripresa dei trattati per un disarmo bilanciato. È un punto su cui possiamo trovarci tutti d’accordo».
Ma poi si torna al pomo della discordia. Armi sì o no?
«Per il Pd non si può smettere di mandare all’Ucraina quegli aiuti militari che permettono ad esempio di intercettare i missili russi che uccidono donne e bambini nelle loro case
E gli altri saranno allineati prima o poi?
«Non è detto che dobbiamo essere d’accordo proprio su tutto, altrimenti saremmo nello stesso partito. Lavoreremo per avvicinare le posizioni, senza compromessi al ribasso».
Ma non temete che M5S e Avs insieme possano avere un peso specifico tale da spostare l’alleanza verso il no al sostegno militare?
«Abbiamo appena dato un’enorme prova di unità sulla risoluzione sul Dpfp, con il delicato punto che chiede di rivedere l’obiettivo del 5% di Pil in spese militari. Un obiettivo non raggiungibile e irrealistico che Meloni ha accettato per accontentare Trump. Punti di sintesi avanzati si possono trovare».
Mentre Iv firmava la risoluzione con voi, Conte chiedeva garanzie su Matteo Renzi. È il gioco delle parti?
«È più facile trovarsi d’accordo quando si ragiona sui temi. In questo momento bisogna mettere da parte i veti perché la posta in gioco è troppo alta. Serve senso di responsabilità. La garanzia migliore è che siamo tutti consapevoli di non poter sbagliare: il rischio è regalare altri cinque anni a Giorgia Meloni e alla sua destra».