Verini (Pd): “Gli applausi a Meloni su Kiev? Consenso circoscritto. A M5S dico: basta ipocrisie”
di Serena RiformatoWalter Verini, senatore dem e capogruppo Pd in Antimafia, a Palazzo Madama ha applaudito – con qualche collega dem – la premier Giorgia Meloni su Kiev. Perché?
«Era un consenso circoscritto all’impegno di continuare a sostenere un Paese aggredito dalla Russia di Vladimir Putin. Non un’adesione al discorso della presidente del Consiglio, che abbiamo criticato per le sue insufficienze, soprattutto sull’europeismo che continua a difettarle. Non gli darei un significato politico particolare».
Poi però le opposizioni non hanno partecipato al voto sulla seconda risoluzione della maggioranza dedicata all’Ucraina.
«Quello della maggioranza era con ogni evidenza un tentativo strumentale. Se si vuole costruire una convergenza, se ne parla prima con gli altri gruppi. Non si fa spuntare all’ultimo minuto una risoluzione di dubbia ammissibilità».
Perché di dubbia ammissibilità?
«Al Senato quando una mozione riceve parere favorevole del governo, le altre vengono precluse, ovvero non vanno ai voti».…
Walter Verini, senatore dem e capogruppo Pd in Antimafia, a Palazzo Madama ha applaudito – con qualche collega dem – la premier Giorgia Meloni su Kiev. Perché?
«Era un consenso circoscritto all’impegno di continuare a sostenere un Paese aggredito dalla Russia di Vladimir Putin. Non un’adesione al discorso della presidente del Consiglio, che abbiamo criticato per le sue insufficienze, soprattutto sull’europeismo che continua a difettarle. Non gli darei un significato politico particolare».
Poi però le opposizioni non hanno partecipato al voto sulla seconda risoluzione della maggioranza dedicata all’Ucraina.
«Quello della maggioranza era con ogni evidenza un tentativo strumentale. Se si vuole costruire una convergenza, se ne parla prima con gli altri gruppi. Non si fa spuntare all’ultimo minuto una risoluzione di dubbia ammissibilità».
Perché di dubbia ammissibilità?
«Al Senato quando una mozione riceve parere favorevole del governo, le altre vengono precluse, ovvero non vanno ai voti».
Una trappola per mettere in evidenza le divisioni del centrosinistra?
«È stata una mossa maldestra, figlia di una visione furbastra e quasi proprietaria delle istituzioni».
Tuttavia quelle divisioni rimangono. Nella risoluzione del M5s si ribadisce che “continuare a inviare armi allontana la pace”. Come ci si avvicina?
«Per me è una linea rossa. Difendere l’Ucraina significa difendere l’Europa, e quindi l’Italia. Ho sentito qualcuno nel campo largo ipotizzare di finanziare Kiev lasciando che poi utilizzi quei soldi per acquistare armi. Mi sembra un’opzione un po’ ipocrita. L’Ucraina va aiutata con tutti i mezzi a resistere e a costruire una pace giusta».
Ma per tenere insieme la coalizione qualcuno dovrà cedere qualcosa.
«La politica deve avere il coraggio di guidare, non inseguire i sondaggi. Se Enrico Berlinguer avesse inseguito solo una facile consenso, forse non avrebbe mai proposto il compromesso storico. Mi auguro che il Pd aiuti la coalizione ad avere questo coraggio. L'europeismo deve essere il fondamento dell'accordo, non una concessione reciproca».
L’applauso a Meloni serve anche a dire che sulla politica estera bisognerebbe superare gli schieramenti?
«Luciano Violante di recente ha ricordato che su difesa, politica internazionale, energia e immigrazione un Paese dovrebbe essere unito indipendentemente da chi governa. Sono questioni strategiche, sulle quali serve continuità. Per molti anni in Italia è stato così, grazie a un patto che si chiamava Costituzione. Oggi, mentre la democrazia è sotto attacco, quello spirito sarebbe ancora più necessario. Ma c’è un solo luogo che lo incarna: il Quirinale».