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Kiev, un passo verso il compromesso: Schlein e Conte si riavvicinano. Ora si attende l’assemblea dem

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Le opposizioni coordinano le mosse contro Meloni Adesso si prepara il tavolo della coalizione su programma e primarie
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«Non poteva andare meglio di così». Elly Schlein e Giuseppe Conte sono raggianti. Dopo settimane ad alta tensione, la seduta fiume sul consiglio europeo ha regalato momenti di trascurabile felicità ai due leader d’opposizione.

Giorgia Meloni è apparsa «nervosa», in «grande difficoltà», anche a causa delle sortite di Salvini che — fanno notare a votazione appena conclusa — «mentre lei in aula parlava della necessità di difendere l’Ucraina, le faceva il controcanto da Bruxelles, dicendo l’esatto contrario». A dimostrazione che «sono loro a essere divisi, non noi», si congratulano a vicenda gli sherpa delle forze progressiste che per giorni hanno lavorato con pazienza e cesello per rendere “compatibili” le rispettive risoluzioni. Specie sul punto più critico: le armi da inviare a Kiev. Di cui, a differenza del passato, non si fa esplicitamente cenno in nessuno dei testi depositati in Parlamento.

Il M5S ha riproposto la formula piuttosto generica approvata dagli iscritti: in sintesi, sped…

«Non poteva andare meglio di così». Elly Schlein e Giuseppe Conte sono raggianti. Dopo settimane ad alta tensione, la seduta fiume sul consiglio europeo ha regalato momenti di trascurabile felicità ai due leader d’opposizione.

Giorgia Meloni è apparsa «nervosa», in «grande difficoltà», anche a causa delle sortite di Salvini che — fanno notare a votazione appena conclusa — «mentre lei in aula parlava della necessità di difendere l’Ucraina, le faceva il controcanto da Bruxelles, dicendo l’esatto contrario». A dimostrazione che «sono loro a essere divisi, non noi», si congratulano a vicenda gli sherpa delle forze progressiste che per giorni hanno lavorato con pazienza e cesello per rendere “compatibili” le rispettive risoluzioni. Specie sul punto più critico: le armi da inviare a Kiev. Di cui, a differenza del passato, non si fa esplicitamente cenno in nessuno dei testi depositati in Parlamento.

Il M5S ha riproposto la formula piuttosto generica approvata dagli iscritti: in sintesi, spedire missili e carri armati allontana la pace. La quale, per essere «giusta e duratura», va «costruita attraverso un percorso diplomatico multilaterale», argomenta Avs, poiché «la sicurezza europea non può essere ridotta alla sola dimensione militare». Mentre il Pd si limita a evocare fra i punti il «diritto di autodifesa» del popolo ucraino vittima dell’aggressione criminale di Putin. Condannata da tutti, più o meno con gli stessi accenti.

Espressioni assai sfumate, se confrontate con quelle precedenti. Tali da far intravedere, in nuce, il famoso compromesso da siglare al tavolo di coalizione. Comunque già sufficienti a strappare, come mai era accaduto, un voto di astensione reciproca. Che fa il paio con l’uscita in massa, sia alla Camera sia al Senato, quando «la maggioranza decide di presentare una seconda mozione sullo stesso tema solo per tenderci un tranello», racconta Francesco Boccia: «Noi del Pd, insieme ai colleghi di M5S, Avs e Iv, dopo un breve consulto, abbiamo reagito compatti». Un’altra azione coordinata e congiunta delle opposizioni (a eccezione di Azione). Che fa ben sperare per il futuro: «Abbiamo compiuto un altro significativo passo avanti, dopo la risoluzione unitaria sul Dpf», rimarca il dem Peppe Provenzano nei panni del tessitore. «C’è ancora tanta strada da fare», confermano gli alleati, «ma da oggi si inizia a scorgere la luce in fondo al tunnel».

La controprova di un clima diverso arriva ad assemblea di Montecitorio ancora in corso. Nelle repliche Meloni calca la mano sulle spaccature del centrosinistra e, alludendo ai documenti separati depositati nelle due Camere, conclude con un moto di stizza: «Prima di mettere d’accordo Putin e Trump, provate a mettere d’accordo Magi e Fratoianni su un’unica risoluzione». Ebbene, i due protagonisti dell’invettiva, anziché lasciar correre as usual, si allontanano insieme dall’emiciclo, si mettono in posa e si fanno fotografare in Transatlatico, stretti in un abbraccio affettuoso. La miglior risposta alla «speranza mal riposta» di una premier convinta «che le nostre divisioni permangano e la aiutino a vincere le elezioni, com’è successo nel 2022», le aveva già rinfacciato il leader di Sinistra italiana in aula, rivendicando l’unità delle forze progressiste, pronte ora a far fronte comune per batterla nelle urne.

Manca soltanto l’ultimo miglio. Domenica, l’assemblea nazionale del Pd approverà la modifica dello Statuto necessaria a posticipare a dopo le Politiche il congresso per eleggere il nuovo segretario del partito (il mandato di Schlein scade il 12 marzo). Nello stesso giorno Avs presenterà i suoi punti chiave. Se tutto va bene, il tavolo dell’alleanza verrà convocato entro fine mese. Per stabilire due cose, essenzialmente: i pilastri del programma di governo, sostegno all’Ucraina incluso, e le regole delle primarie con relativa data. Non sarà certo una passeggiata di salute. Ma Conte sabato scorso si è impegnato pubblicamente: «Se ci vediamo, in due settimane si chiude».

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