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L’ottimismo del campo largo: “Su Kiev troveremo un’intesa”

Il presidente del M5S Giuseppe Conte e la segretaria del Pd, Elly Schlein

 

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Schlein: “Ci sono ancora differenze”. Conte: “Serve svolta negoziale”. Resta l’insofferenza dei riformisti
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La quiete dopo la tempesta. Se esistesse un barometro per misurare la temperatura interna al centrosinistra, oggi segnerebbe bel tempo. Reduci dalla prova d’aula sul consiglio europeo, Elly Schlein e Giuseppe Conte — protagonisti nelle ultime settimane di una ruvida sfida a distanza, antipasto delle primarie che (forse) verranno — non hanno solo abbassato i toni, ma usano le stesse parole.

«Passo in avanti», definiscono entrambi quanto successo l’altro ieri in Parlamento: le forze d’opposizione che, a eccezione di Calenda, smussano gli angoli e si avvicinano, sebbene con andamento lento, verso posizioni comuni sul sostegno a Kiev. Un altro piccolo step «rispetto a come abbiamo affrontato questo passaggio in passato», rimarca la segretaria del Pd. «Abbiamo segnalato la determinazione a trovare un punto d’incontro anche sul conflitto russo-ucraino», conferma il capo 5S.

La quiete dopo la tempesta. Se esistesse un barometro per misurare la temperatura interna al centrosinistra, oggi segnerebbe bel tempo. Reduci dalla prova d’aula sul consiglio europeo, Elly Schlein e Giuseppe Conte — protagonisti nelle ultime settimane di una ruvida sfida a distanza, antipasto delle primarie che (forse) verranno — non hanno solo abbassato i toni, ma usano le stesse parole.

«Passo in avanti», definiscono entrambi quanto successo l’altro ieri in Parlamento: le forze d’opposizione che, a eccezione di Calenda, smussano gli angoli e si avvicinano, sebbene con andamento lento, verso posizioni comuni sul sostegno a Kiev. Un altro piccolo step «rispetto a come abbiamo affrontato questo passaggio in passato», rimarca la segretaria del Pd. «Abbiamo segnalato la determinazione a trovare un punto d’incontro anche sul conflitto russo-ucraino», conferma il capo 5S.

Tutto risolto, dunque? Neanche per sogno. Il cammino verso l’alternativa resta in salita. Schlein lo ammette senza nascondersi: «Ci sono ancora delle differenze, ma sono convinta che raggiungeremo un accordo». Idem Conte, che insiste: «Per noi la strada non è l’escalation militare, ma imporre una svolta negoziale». Non una differenza da poco. Tutti e due si professano però «fiduciosi». L’ex premier persino un po’ di più: «Siamo pronti a lavorare insieme a un progetto di Paese che abbracci la politica estera e le soluzioni sul piano interno». Purché non ci si limiti a «mettere insieme tante sigle», a fare «un’aggregazione di numeri», avverte: «Dobbiamo trovare dei meccanismi per garantirci 5 anni di legislatura». Il solito avviso ai naviganti: servono paletti per neutralizzare eventuali sabotatori, a iniziare da Matteo Renzi.

Dopodiché nel Pd il moto ondoso è in aumento: l’ala riformista, in particolare, teme un cedimento alle ragioni dei 5Stelle. Allarmato, il senatore Graziano Delrio, nel sentire l’alleato invocare discontinuità rispetto a Meloni: «Vorrei ricordare che la scelta di aiutare l’Ucraina è stata presa dal governo Draghi, di cui ha fatto parte sia il nostro partito, sia il Movimento. Non siamo noi che, sul punto, siamo d’accordo con la premier, ma è lei che sostiene quella scelta adottata nel ‘22 e che anche noi oggi dobbiamo continuare a perseguire». Più caustico Filippo Sensi: «D’accordo con Conte sulla discontinuità. L’attuale esecutivo sta traccheggiando troppo sulla difesa di Kiev. Quando toccherà a noi, le armi le dovremo dare davvero e non solo quelle ad acqua». Comunque sicuro che «un accrocco lo troveranno, un equilibrismo per tenere tutto insieme», attacca: «L’aiuto militare arriverà. Gli amici della Russia della nostra coalizione se ne dovranno fare una ragione. Non siamo né mai saremo Vannacci, Le Pen o Orbàn».

È in questo clima di diffidenza che il Pd si appresta a celebrare l’assemblea nazionale chiamata domenica a modificare lo Statuto per posticipare a dopo le Politiche il congresso (e di conseguenza allungare il mandato di Schlein). In giornata l’ala riformista — «piuttosto inquieta» — si riunirà per decidere come dare battaglia, sia sulle regole delle primarie, sia sul programma. Le assise non saranno una passeggiata. Anche perché il fronte anti-gazebo si va rafforzando, dentro e fuori il partito. Ieri Ernesto Ruffini ha chiesto a Schlein e Conte un passo indietro: «Sarebbe il caso di dimostrare generosità». Mentre per Silvia Salis «devono decidere in fretta chi sarà il candidato premier». Altrimenti? «Più che perdere voti, si perde entusiasmo», prevede la sindaca di Genova. E il popolo del centrosinistra non potrebbe essere più d’accordo di così.

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