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Prove di disgelo Meloni-Sánchez: “Frontiere aperte e controlli”. Ma è lite sui migranti in Consiglio

(ansa)

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Colloquio con lo spagnolo: stop a Schengen per altri sette giorni, poi la riapertura. Scontro al vertice Ue: asse della premier con la danese per una nuova stretta Macron: brutto dibattito
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BRUXELLES – L’idea di un colloquio tra i due avversari era nell’aria. Giorgia Meloni si ritrova giovedì notte con Pedro Sánchez, dopo ruggini pubbliche e aspre tensioni private. Vogliono superare l’irragionevole blocco di Schengen sancito da Roma in seguito all’emergenza migratoria nell’exclave spagnola di Ceuta, quello che da 75 giorni rallenta la circolazione tra due vicini e alleati. Ma soprattutto devono farlo senza che nessuno dei due governi perda troppo la faccia. In Spagna si vota tra un mese e mezzo, in Italia nel 2027: impossibile porgere l’altra guancia, anche se il primo schiaffo è arrivato da Palazzo Chigi.

Si parlano. E decidono di affidare alle rispettive diplomazie l’individuazione di una soluzione che assomigli a un pareggio. L’Italia proroga dunque di una sola settimana le misure restrittive alle frontiere aeroportuali e navali, in modo da allinearsi a quelle decretate da Madrid per i viaggiatori che arrivano dalla penisola. Poi, concordano, partirà la de-escalation.…

BRUXELLES – L’idea di un colloquio tra i due avversari era nell’aria. Giorgia Meloni si ritrova giovedì notte con Pedro Sánchez, dopo ruggini pubbliche e aspre tensioni private. Vogliono superare l’irragionevole blocco di Schengen sancito da Roma in seguito all’emergenza migratoria nell’exclave spagnola di Ceuta, quello che da 75 giorni rallenta la circolazione tra due vicini e alleati. Ma soprattutto devono farlo senza che nessuno dei due governi perda troppo la faccia. In Spagna si vota tra un mese e mezzo, in Italia nel 2027: impossibile porgere l’altra guancia, anche se il primo schiaffo è arrivato da Palazzo Chigi.

Si parlano. E decidono di affidare alle rispettive diplomazie l’individuazione di una soluzione che assomigli a un pareggio. L’Italia proroga dunque di una sola settimana le misure restrittive alle frontiere aeroportuali e navali, in modo da allinearsi a quelle decretate da Madrid per i viaggiatori che arrivano dalla penisola. Poi, concordano, partirà la de-escalation.

In realtà, le idee non sono del tutto allineate. Palazzo Chigi parla di “misure di cooperazione sostitutive”. Madrid, poco dopo, assicura impegno per “garantire la rimozione” dei limiti alla circolazione. A sera, lasciando il Consiglio europeo, la presidente del Consiglio offre ancora un’altra prospettiva, sostenendo che i due Paesi lavoreranno per «sostituire le misure che reciprocamente sono in essere con altre forme di cooperazione». E aggiunge: «Stiamo andando verso un altro tipo di soluzione, ma continuando il monitoraggio per garantire il funzionamento di Schengen e la difesa della nostra nazione». Di fatto, riaprono i confini. Ma con un paletto che Meloni propone in privato al premier spagnolo: controlli congiunti alle frontiere. Significa test a campione con la cooperazione tra gli agenti di polizia e intensificazione nello scambio di informazioni. Niente di particolarmente invasivo, semmai il tentativo di ripartire senza vincitori, né vinti. Ma non basta. Palazzo Chigi propone al collega di partecipare allo sforzo europeo per inasprire i controlli alle barriere esterne dell’Unione. Fonti italiane lasciano intendere che in cambio Roma promette sostegno su altri dossier cari a Sánchez. È una filosofia che però non sembra far breccia a Madrid.

Di certo, proprio attorno a questi nodi si consuma durante il Consiglio uno scontro durissimo. Da una parte la danese Mette Frederiksen, spalleggiata da Meloni e da diverse capitali dell’Est, tra cui Varsavia e Budapest. Dall’altra, Sánchez, Emmanuel Macron e il lussemburghese. La premier di Danimarca, pure socialista ma da sempre in sintonia con l’italiana su questo dossier, prova a cambiare il documento finale. Vuole che nelle conclusioni sia citato l’impegno a ridurre i “pull factor” che attirerebbero immigrazione illegale - è un implicito riferimento alle politiche spagnole poco restrittive sui migranti - e chiedono alla Commissione di considerare un “meccanismo” di consultazione con l’Europa prima di adottare regolarizzazioni di illegali. Un atto ostile nei confronti del leader socialista. La proposta resta fuori dal testo, ma le scorie restano. Il presidente francese condanna il «brutto dibattito» del summit, che ha creato «molte divisioni». E sostiene che nel caso Ceuta Madrid sia stata vittima di un «attacco informativo ibrido». Sánchez si rivolge direttamente a Meloni, ricordandole che l’Italia è tra i Paesi che regolarizza migranti: «Una cosa è il bla bla bla, altra la realtà». E se anche von der Leyen ammette che le regolarizzazioni possono avere effetti sulle frontiere degli altri partner, nel documento i concetti sfumano. Il Consiglio offre solidarietà alla Spagna per l’emergenza dell’exclave e chiede alla Commissione di sviluppare «un quadro di emergenza per far fronte a tutti i tipi di strumentalizzazione delle migrazioni».

Per il resto, Meloni si dice convinta che «ci siano margini per avere» più flessibilità. E tratta anche il nodo di Kiev. Non si sbilancia sul pacchetto di armi all’Ucraina congelato da almeno tre mesi, «se ne occupa Crosetto», ma insiste sulla linea dura contro Mosca: «Le sanzioni sono state il nostro migliore strumento di deterrenza, su questo non dobbiamo fare passi indietro». Lo dice nel giorno in cui il governo, in via ufficiosa, si confronta con l’agenzia per la cybersicurezza per capire se il blocco del traffico aereo sia in realtà frutto di un attacco di Paesi o attori ostili. Nessuna conferma di questo scenario, al momento. L’attenzione però resta molto alta.

Ultima novità, infine: secondo i media belgi, Bruxelles avrebbe dato il proprio assenso a spostare il Consiglio europeo del marzo 2027 dalla capitale belga a Roma per celebrare i settant’anni del trattato di Roma. In piena campagna elettorale. Un palcoscenico perfetto per la premier.

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