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Parisi: “Il ritardo è enorme, fare subito le primarie poi meglio dimenticarle”

Arturo Parisi 

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Il ministro della Difesa nel governo Prodi II e tra i fondatori del Pd: “Schlein e Conte giocano a nascondino. Manca un progetto comune non basta un’alleanza contro la destra”
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Se si parla di primarie e dell’impasse del campo largo, è ora di bussare alla porta del professor Arturo Parisi. Tra i fondatori del Partito democratico, ideologo dell’Ulivo e, appunto, regista e promotore delle primarie del centrosinistra che incoronarono Prodi.

Lei già quest’estate invitava Schlein e Conte a parlarsi a quattr’occhi e mettersi d’accordo in fretta: non l’hanno ascoltata e ancora non è stata fissata una data per le primarie. Che sta succedendo?

«Sarebbe bastato ascoltarsi o, ancora meglio, auscultarsi. Sono finiti a giocare a nascondino. Da una parte Conte che chiedeva presidenze di regione senza primarie. Dall’altra Schlein che le concedeva, senza pensare che non sarebbe stata ripagata col suo riconoscimento a leader della coalizione in quanto segretaria del partito con più voti all’ultima elezione».

Dicono: c’è un lavoro comune fatto in Parlamento, non siamo all’anno zero. Sbagliano?

«C’è questa illusione che basti decantare il numero di punti comuni tra le cose che…

Se si parla di primarie e dell’impasse del campo largo, è ora di bussare alla porta del professor Arturo Parisi. Tra i fondatori del Partito democratico, ideologo dell’Ulivo e, appunto, regista e promotore delle primarie del centrosinistra che incoronarono Prodi.

Lei già quest’estate invitava Schlein e Conte a parlarsi a quattr’occhi e mettersi d’accordo in fretta: non l’hanno ascoltata e ancora non è stata fissata una data per le primarie. Che sta succedendo?

«Sarebbe bastato ascoltarsi o, ancora meglio, auscultarsi. Sono finiti a giocare a nascondino. Da una parte Conte che chiedeva presidenze di regione senza primarie. Dall’altra Schlein che le concedeva, senza pensare che non sarebbe stata ripagata col suo riconoscimento a leader della coalizione in quanto segretaria del partito con più voti all’ultima elezione».

Dicono: c’è un lavoro comune fatto in Parlamento, non siamo all’anno zero. Sbagliano?

«C’è questa illusione che basti decantare il numero di punti comuni tra le cose che contano evitando di parlare delle cose che in politica decidono. Chi sarà al volante del governo del Paese? Dove guidare l’Italia dentro la tragedia in cui è finito il mondo? E così che, mentre il count-down va oramai a mesi, la riga del chi guida è ancora bianca. E a quasi cinque anni dall’aggressione all’Ucraina si approfondisce la frattura tra Russia e Europa e l’alleanza tra Putin e Trump ci stringe ogni giorno di più».

Perché si continua a sognare un terzo nome o un federatore?

«Onestamente vedo attorno più paure che sogni. Vorrei augurarmi che anche i due gladiatori sognino nella notte che l’esame è rinviato. Visto che a nessuno dei due è concesso di tirarsi indietro. È vero che le primarie è difficile farle ma più difficile evitarle, ma per il tempo e il modo in cui ci si sta arrivando è sempre più difficile farle senza farsi male».

Perché possono farsi male?

«Perché vedo che si discute già da molto del come e del quando farle. La verità è che si sarebbe dovuto prima discutere del perché. Guardandosi negli occhi e riconoscendo che il criterio dell’attribuzione della guida al leader del partito guida era impraticabile. È su questo punto che il ritardo accumulato è enorme».

Ma queste benedette primarie devono servire a scegliere anche il programma o solo il candidato premier?

«Quello che manca è soprattutto un progetto. Non una carta dei valori di fatto già inscritta nei 12 articoli della Costituzione. Un progetto. L’individuazione di una direzione di marcia oltre il tempo di una legislatura: a cominciare dalla costruzione della Unione Europea e dai suoi rapporti esterni, politici e militari, con le vecchie e nuove pretese imperiali che puntano a spartirsi il governo del mondo. È dentro la cornice di un progetto comune che le primarie hanno il compito di scegliere, assieme alla persona, la piattaforma programmatica per il tempo della legislatura».

E se non c’è questo confronto tra programmi?

«Senza valori, e progetto comune la coalizione non è altro che una mera alleanza elettorale “contro”. Senza il confronto tra programmi diversi la scelta del candidato è solo una gara a chi è più in linea con le pulsioni popolari dell’istante».

Una domanda per l’ex ministro della Difesa: riusciranno a risolvere il nodo delle armi all’Ucraina o si rischia una pericolosa ambiguità in politica estera?

«La seconda che ha detto. Sino a quando non si capisce e non si conviene che in Ucraina è concretamente in gioco la costruzione europea, sempre più evidentemente stretta dalla tenaglia tra Trump e Putin, stiamo parlando di nulla. E di nulla conviene perciò continuare a chiacchierare».

Allora ci spieghi come fare a non trasformare le primarie in una ordalia?

«Recuperando più che il tempo oramai perduto, il senso e la ragione che hanno portato a primarie che in troppi si sarebbero evitati volentieri. E a valle un celere itinerario che metta capo a un coerente regolamento e a uno spedito scadenzario che consenta di fare le primarie e di dimenticarle. Tutto sempre più difficile».

Nell’ipotesi che vinca Giuseppe Conte, cosa potrebbe succedere nel Pd?

«Sia che Conte vinca le primarie, oppure perda le elezioni finali, sarebbe un fatto enorme. Direi che il nome di congresso di partito, col quale ci siamo abituati a chiamare quella che è nei fatti solo una conta, corrisponderebbe finalmente alla realtà. Il primo vero congresso deciderebbe di un nuovo inizio o della fine del partito».

E se Conte invece perdesse le primarie, potrebbe sfilarsi all’ultimo dalla coalizione?

«Purtroppo non possiamo escludere nulla. Oltretutto non mi risultano suoi impegni irreversibili. Risulta invece che a Nova ha messo a verbale il suo impegno a non indietreggiare neppure di un millimetro dalle decisioni prese dalla base del suo partito. Se nessuno raggiunge il 42 per cento, grazie alla sua comprovata mobilità, questa legge elettorale esalta le sue capacità di gioco».

Sull’esempio di Mamdani a New York, è ormai passata l’idea che non si vince più al centro. Meglio un candidato radicale?

«Forse per vincere. Peccato che poi tocchi governare. Dentro questa dinamica centrifuga che spinge tutti e dappertutto verso le posizioni estreme, il centro è sul piano elettorale sempre più affollato di sigle che di elettori. È vero che una tattica antica suggerisce di incassare prima a sinistra e poi spendere al centro. Ma in tempi di radicalizzazione è un gioco sempre più rischioso e di durata sempre più breve».

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