Schlein si candida a premier: “Pronta con o senza primarie”
di Giovanna VitaleElly Schlein
ROMA – Elly Schlein rompe gli indugi. La segretaria del Pd sceglie il palco dell’assemblea nazionale — chiamata a votare le modifiche statutarie necessarie ad allungarle il mandato, in scadenza a marzo — per ufficializzare la sua corsa verso Palazzo Chigi. «Io sono pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie», scandisce sul finale del discorso d’investitura.
Accolto, prima, da una standing ovation. Quindi, da un autentico plebiscito: a favore della proroga si schiera infatti pure la minoranza. Che poi però si astiene sul secondo ordine del giorno, congegnato per imporre la gara solitaria della leader dem ai gazebo di coalizione, escludendo ogni altro competitor interno, nello specifico Giorgio Gori, l’eurodeputato riformista intenzionato a cimentarsi per «aprire e allargare il partito» a quei mondi che guardano con diffidenza alla svolta radicale impressa dall’inquilina del…
ROMA – Elly Schlein rompe gli indugi. La segretaria del Pd sceglie il palco dell’assemblea nazionale — chiamata a votare le modifiche statutarie necessarie ad allungarle il mandato, in scadenza a marzo — per ufficializzare la sua corsa verso Palazzo Chigi. «Io sono pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie», scandisce sul finale del discorso d’investitura.
Accolto, prima, da una standing ovation. Quindi, da un autentico plebiscito: a favore della proroga si schiera infatti pure la minoranza. Che poi però si astiene sul secondo ordine del giorno, congegnato per imporre la gara solitaria della leader dem ai gazebo di coalizione, escludendo ogni altro competitor interno, nello specifico Giorgio Gori, l’eurodeputato riformista intenzionato a cimentarsi per «aprire e allargare il partito» a quei mondi che guardano con diffidenza alla svolta radicale impressa dall’inquilina del Nazareno e dal suo cerchietto magico. Non erano questi i patti, segnala Lorenzo Guerini quando ormai la partita è chiusa: «Elly si è guadagnata sul campo il diritto di rappresentare il Pd alle primarie. Non metto in discussione questa scelta», chiarisce. «Dico però che le regole hanno un senso e un ordine del giorno non può derogare alla regola. Credo non sia in linea con le previsioni dello Statuto», cambiato nel 2012, ai tempi di Pier Luigi Bersani, per permettere anche a Matteo Renzi di partecipare alla sfida per la premiership del centrosinistra. «Una forzatura», mugugna la minoranza, che di fatto fa mancare l’unanimità: finisce con 578 sì, 26 astenuti e 3 contrari l’assise intitolata all’unità, parola stampata a caratteri cubitali sulla facciata della Nuvola, che al dunque cristallizza la solita spaccatura. Subito minimizzata dalla maggioranza: «Sono solo il 4,5% dei votanti», è il conto che rimbalza di chat in chat.
Davanti ai delegati, Schlein apre l’assemblea dando voce ad agricoltori e studenti mobilitati contro «le politiche sbagliate del governo» che «non ascolta e ignora chi non ce la fa più», accusa: «Questa è una trasmissione che non vedrete di certo su TeleMeloni perché stanno censurando le proteste», rincara. «Che occasione storica ha perso la premier», affonda: «Aveva i numeri per fare tutto e non ha fatto nulla per migliorare la vita degli italiani, che oggi sono in piazza, più poveri e più incazzati di ieri, e vanno ascoltati».
Un’ora e mezza tutta all’attacco, pensata, anche, per spedire un paio di telegrammi agli alleati. Sul programma, che deve venire prima della scelta del leader, da scrivere «con tutti e da tutti, non al chiuso delle stanze dei partiti», bensì coinvolgendo «categorie, sindacati, associazioni»: niente fretta, l’avviso implicito a M5S e Avs che chiedono di accelerare, le primarie si faranno a valle, magari dopo la sentenza della Consulta sulla legge elettorale. Sapendo che «non partiamo da zero», e giù con l’elenco delle proposte comuni presentate in Parlamento, dal salario minimo al congedo paritario, fino ai fondi per la sanità pubblica. Per reclamare, infine, la guida dell’intero centrosinistra, «il più competitivo d’Europa», perché «a noi non ci ha regalato niente nessuno, ce lo siamo guadagnati con la fatica e il sudore», ribadisce. Partendo da lontano.
«Quando mi sono insediata il 12 marzo 2023, ci eravamo dati due obiettivi: unità del Pd e unità dell’alleanza progressista. Possiamo dire con forza di averli raggiunti entrambi». A dispetto dei «molti» che «avevano già scritto il nostro necrologio. E invece abbiamo rialzato la testa». Lei soprattutto. «Avevano scommesso che ci saremmo scissi e siamo più compatti di prima. Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi e sono ancora qua», sorride beffarda. Demolendo le accuse di inadeguatezza piovutele addosso in questi mesi: «Dopo vent’anni abbiamo la responsabilità enorme di vincere le prossime elezioni e di cambiare il Paese», arringa, il dito puntato contro «chi tifa per il pareggio» e «continua a darci addosso», quel «pezzo di establishment che non vuole una persona di sinistra a Palazzo Chigi». Il nome è Elly, il cognome Schlein: è la stessa segretaria a suggerirlo, allegando la sua biografia. «Io posso solo offrire le mie aggravanti personali», rivendica in un gioco di specchi con l’avversaria: «Essere donna, avere quarant’anni, essere libera e non proprio conforme a tutti gli standard». Ergo: «Se qualcuno non accetta che il Partito democratico sia libero e autonomo, se ne farà una grandissima ragione». Chiaro il messaggio: la leader della principale forza d’opposizione è in campo. Tocca a lei sfidare Giorgia Meloni. Fermarla, a questo punto, è praticamente impossibile.