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La studentessa: “Le tende il nostro simbolo, ci impongono le guerre ma vogliamo studio e lavoro”

Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete studenti medi 

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Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale degli studenti medi: “Non vogliamo andare a combattere, diserteremo”
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ROMA – «Noi in guerra non ci andremo. Le diserteremo quelle guerre che loro vogliono imporci». Angela Verdecchia ha 21 anni, viene da Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, studia Lettere classiche a Macerata ed è la coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. In piazza porta una tenda: «È il simbolo della nostra precarietà esistenziale». Casa, scuola, lavoro. E un futuro che «ci preoccupa da morire».

Perché siete in piazza?

«Per il carovita, per il diritto allo studio costantemente sotto attacco, contro il riarmo e la militarizzazione del Paese. Chiediamo investimenti in sanità, lavoro dignitoso, scuola e università».

Perché le tende?

«Perché c’è chi non può pagare un affitto e chi non può permettersi un tetto sulla testa. La precarietà riguarda tutti: studenti, lavoratori, pensionati. La viviamo in maniera diversa, ma tutti ne subiamo le conseguenze. E noi frequentiamo scuole che ci crollano sulla te…

ROMA – «Noi in guerra non ci andremo. Le diserteremo quelle guerre che loro vogliono imporci». Angela Verdecchia ha 21 anni, viene da Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, studia Lettere classiche a Macerata ed è la coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. In piazza porta una tenda: «È il simbolo della nostra precarietà esistenziale». Casa, scuola, lavoro. E un futuro che «ci preoccupa da morire».

Perché siete in piazza?

«Per il carovita, per il diritto allo studio costantemente sotto attacco, contro il riarmo e la militarizzazione del Paese. Chiediamo investimenti in sanità, lavoro dignitoso, scuola e università».

Perché le tende?

«Perché c’è chi non può pagare un affitto e chi non può permettersi un tetto sulla testa. La precarietà riguarda tutti: studenti, lavoratori, pensionati. La viviamo in maniera diversa, ma tutti ne subiamo le conseguenze. E noi frequentiamo scuole che ci crollano sulla testa».

Vi siete ispirati agli studenti spagnoli e francesi?

«Assolutamente sì. La lotta deve essere internazionale, intergenerazionale. Deve costruire ponti e non muri».

Cosa contestate al governo Meloni?

«È completamente inadempiente. Hanno fatto di tutto per smantellare la scuola che l’articolo 34 della Costituzione dovrebbe tutelare. E lo hanno fatto senza parlare con chi la vive: studenti, docenti, personale. Un’idea miope: è nelle scuole che si creano le fondamenta della cittadinanza del presente».

Il provvedimento peggiore?

«Il decreto scuola: una misura razzista e divisiva, che non risponde ai bisogni delle scuole. È strumentale a distrarre dai veri problemi del Paese: non ci si può nemmeno più permettere di fare benzina. E poi contestiamo le risorse destinate al riarmo: soldi tolti a scuola, università e sanità pubblica».

La guerra ti spaventa?

«Assolutamente sì. La dipingono come un orizzonte non così lontano. Ma noi in guerra non ci andremo, le diserteremo quelle guerre che vogliono imporci. Noi vogliamo la pace, crediamo nell’articolo 11 della Costituzione e continueremo a difenderla. Loro hanno dimostrato di non sapere e di non volere farlo».

La Costituzione prevede anche la difesa del Paese. Disertare non è scappare?

«In questo caso vuol dire non sostenere scelte egoiste, che non tengono conto del volere di chi dovrebbero rappresentare. Noi armi non ne abbiamo mai chieste. Chiediamo soldi per la salute, il lavoro dignitoso, le scuole. Il governo dovrebbe sturarsi le orecchie: ci sono altre priorità».

Il 20 novembre sciopererete con la Cgil. Perché?

«Siamo contentissimi che ci sia. Sarà una giornata internazionale: scenderemo in piazza con studenti francesi, tedeschi, spagnoli, albanesi, rumeni. Un segnale intergenerazionale, a fianco dei lavoratori. Il sindacato dei lavoratori più rappresentativo del Paese ha scelto di sostenerci. Con l’unità e la compattezza possiamo ottenere risposte vere e creare un’alternativa».

Quanto vi preoccupa il futuro?

«Da morire. Chi dovrebbe occuparsene sembra ignorarne tutti i problemi. La casa, il lavoro, lo studio. Ma anche il clima: ogni anno le catastrofi ci dimostrano che è un’urgenza, eppure non si scelgono politiche capaci di invertire la rotta. Siamo preoccupati, ma non ci facciamo demoralizzare. Continuiamo ad alzare la voce e a tenere alto l’umore».

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