“Costumi da eroi, meme e saccheggi per emulare la Francia. La protesta è anche content per i social”
di Viola GiannoliChi sono i ragazzi in rivolta delle piazze italiane, i protagonisti degli scontri e dei saccheggi? «Micro-aggregazioni spontanee senza struttura né direzione, giovanissimi autoconvocati sui TikTok che dai social trovano ispirazione e sui social ripubblicano i loro contenuti per inserirsi nei trend virali. Sfuggono alle logiche tradizionali e per questo sono difficili da capire». Parte da qui Leonardo Bianchi, scrittore e giornalista, esperto di movimenti sociali e cultura digitale, nel raccontare cosa è accaduto in piazza, da dove arriva e dove andrà.
Bianchi, che legame c’è tra questi studenti e studentesse e le organizzazioni politiche, i collettivi, i centri sociali?
«Ogni città ha le sue specificità, ma le immagini di piazza del Duomo a Milano ci raccontano che questi ragazzi non fanno parte di alcuna organizzazione strutturata o collettivo, di certo di alcun partito né associazione, sigla o movimento. È un fenomeno che li supera e non ha quasi nulla a che fare se non per converge…
Chi sono i ragazzi in rivolta delle piazze italiane, i protagonisti degli scontri e dei saccheggi? «Micro-aggregazioni spontanee senza struttura né direzione, giovanissimi autoconvocati sui TikTok che dai social trovano ispirazione e sui social ripubblicano i loro contenuti per inserirsi nei trend virali. Sfuggono alle logiche tradizionali e per questo sono difficili da capire». Parte da qui Leonardo Bianchi, scrittore e giornalista, esperto di movimenti sociali e cultura digitale, nel raccontare cosa è accaduto in piazza, da dove arriva e dove andrà.
Bianchi, che legame c’è tra questi studenti e studentesse e le organizzazioni politiche, i collettivi, i centri sociali?
«Ogni città ha le sue specificità, ma le immagini di piazza del Duomo a Milano ci raccontano che questi ragazzi non fanno parte di alcuna organizzazione strutturata o collettivo, di certo di alcun partito né associazione, sigla o movimento. È un fenomeno che li supera e non ha quasi nulla a che fare se non per convergenze temporanee di istanze o di piazze».
Allora di cosa si tratta?
«Sono frammenti, spezzoni di manifestazioni, piccoli gruppi che si aggregano sui social e si sfaldano con la stessa rapidità, al di fuori di ogni rappresentanza anche extra parlamentare. Non hanno bisogno di cortei o piattaforme per incontrarsi. A volte si attaccano alle mobilitazioni o ne sfruttano le convocazioni, come accaduto il 16 ottobre o come si prevede potrà accadere nelle mobilitazioni fissate a 20 novembre. Ma nessuno ne ha il controllo né la direzione».
Come si convocano e come si riescono a essere così tanti?
«È una comunicazione che viaggia tutta su TikTok o nelle app di messaggistica istantanea. Le convocazioni si trovano nei video di TikTok, nei commenti dei video che riprendono le manifestazioni, nella chat Signal o Telegram, al di fuori dei canali tradizionali o dai social per come sono stati usati finora da associazioni e movimenti. È una chiamata molto fluida e molto spontanea, a volte istantanea».
C’è un paragone recente?
«Possiamo dire che è qualcosa a metà tra la convocazione di una Aura battle – duelli pacifici in cui traducono meme nelle realtà e vince chi li fa meglio ma che in realtà sono scuse per radunarsi – e le chiamate per le piazze spontanee per Gaza: due mondi che si intersecano e che creano una sorta di “flash mob social-politico” che si diffonde rapidamente e ha una capacità di mobilitazione che oggi nessun soggetto politico ha oggi in Italia o in Europa».
Quello che si vede in piazza, mentre accadono scontri, violenze, saccheggi, è la costante presenza di smartphone, in mano agli stessi protagonisti delle mobilitazioni, che si riprendono.
«C’è una fortissima auto-rappresentazione delle piazze che passa per video molto brevi e verticali accompagnati da colonna sonore di musica trap francese o italiane oppure da canzoni che al momento sono trend su TikTok. Sono permeati di ironia, sarcasmo e forte sberleffo nei confronti dell’autorità, a cominciare dalla polizia. È interessante e straniante notare che anche durante le azioni di saccheggio, i furti nelle gelaterie, le rapine nei supermercati, l’atmosfera dei video è festosa, quasi carnevalesca. È quella che si chiama ironia memetica, il meccanismo comunicativo che sta alla base dei meme».
Ma mentre durante i cortei organizzati esistono pochissimi video, mai da vicino, stavolta i social sono pieni di immagini, riprese anche in soggettiva, a pochi passi da vetrine infrante o cassonetti in fiamme. Come mai?
«Le scene vengono riprese per essere postati su TikTok in modo da tale da finire nelle raccomandazioni algoritmiche. La protesta non è solo mobilitazione per una causa, ma è un content da pubblicare sui social, congegnati in modo tale da diventare virali. In piazza si va per esprimere messaggi politici ma anche perché è un ottimo modo per creare contenuti, intercettare e inserirsi nei trend virali, un fenomeno che per questa generazione è la normalità. Prima, esattamente come per il meccanismo di chiamata del raduno, si faceva solo per eventi di svago, ora la stessa dinamica è evoluta per i raduni politici. E segue quel che sta accadendo in altri Paesi».
Quel che sta accadendo in Italia è dunque l’onda delle proteste francesi e spagnole?
«In Italia siamo solo all’inizio e non sappiamo se andrà avanti anche qui il ciclo globale di proteste e in che direzione. Certo è che l’esempio francese ha contagiato prima nella musica, nell’estetica, ora anche nelle mobilitazioni. Si legge nelle rivendicazioni, nel linguaggio memetico, nella modalità inedita di convocazione della piazza, nella composizione sociale, nelle bandiere dell’Albania o del Brasile che sventolano, nella distanza dalle classiche manifestazioni studentesche, anche se ci troviamo comunque di fronte a studenti e studentesse. I ragazzini italiani hanno visto migliaia di meme, video e tormentoni e provano a imitarli. Anche il costume di Spiderman o la maschera di un supereroe si sono visti prima in Francia, in Spagna, negli Stati Uniti. I simboli pop – penso ad esempio al Jolly Roger di “One Piece” – sono sempre stati coinvolti nelle proteste ma ora è cambiata la rapidità con cui si diffondono. Nel giro di 24 ore sono arrivati in Italia».
Ma i saccheggi, i negozi devastati, cosa c’entrano? È nichilismo distruttivo, il casino per il casino, la razzìa rabbiosa del weekend o c’è un messaggio politico anche dietro quelle azioni?
«Posto che non possiamo sapere cosa passa nella testa di ogni ragazzo che distrugge un negozio, esiste già un parallelo europeo ed è quello dei riot di Londra del 2011, segnati da saccheggi molto più estesi. Zygmunt Bauman aveva parlato delle rivolte come di una ribellione di consumatori frustrati che non riescono ad accedere a un tipo di consumo, che non se lo possono permettere o che sono considerati consumatori indesiderati. Parlava esplicitamente di un campo minato sociale come prodotto della combinazione tra il consumismo come ricetta per una vita felice e disuguaglianze crescenti. Rispetto al 2011, sotto ogni punto di vista e statistica, la situazione è molto peggiorata. In questo senso non è sorprendente una modalità di azione come quella del saccheggio dentro la protesta politica: è diventata una pratica politica. Anche in questo c’entra l’emulazione di quel che è successo in Francia, il travaso dai social, l’adesione a un tipo di immaginario del conflitto».
C’è una lettura che definisce i casseurs come infiltrati che sfasciano tutto per far fallire una manifestazione o innescare una spirale repressiva. Cosa ne pensa?
«Non può esserci infiltrazione perché si tratta di azioni e manifestazioni spontanee, al di fuori di ogni logica di movimento e che dunque per questo non hanno alcun interesse a che un corteo fallisca o riesca male. Sono azioni parallele al corteo, che si intersecano solo in alcune città, in alcune condizioni. Ma che, come abbiamo visto il 18 ottobre a Milano, possono esistere a prescindere dai cortei, anzi esistono senza cortei».
Perché questi ragazzini, minorenni, alcuni anche molto piccoli, sembrano non aver paura durante gli scontri e i saccheggi o per le conseguenze?
«Da un lato c’è inesperienza: sono persone non abituate alla grammatica di piazza, il numero altissimo di fermi dimostra che sono mobilitazioni non compatibili con una componente militante. Il che smentisce anche la narrazione di una qualsivoglia eterodirezione da parte dei centri sociali. Dall’altro lato, ancora, è importante l’estetica e l’emulazione di azioni viste sui social, il tentativo di ricreare le scene virali e di agire pensando ai contenuti migliori da pubblicare. È spiazzante perché sono logiche non immediatamente riconducibili alle dinamiche di piazza abituali, in Italia come in Albania come nel nuovo movimento studentesco francese. Queste piazze ci stanno dicendo che stiamo entrando in una nuova fase della protesta politica in cui la mobilitazione diventa anche un content».