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Calabresi: “La guerriglia sempre da condannare, ma ascoltiamo le proteste”

Mario Calabresi

 (ansa)

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Il giornalista candidato a sindaco di Milano: “Le violenze non hanno nulla a che vedere con le richieste pacifiche e legittime di tanti giovani. Metterle insieme un tragico errore. Il governo offra risposte, non ironie”
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Mario Calabresi, scrittore, giornalista, candidato sindaco a Milano, cosa ci dicono le violenze di questi giorni?

«Prima di tutto bisogna condannarle, perché la guerriglia non può avere mai giustificazioni. Abbiamo assistito a scene intollerabili di violenza e saccheggio e su questo bisogna essere netti. Vanno garantiti l’ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini, e quindi la legalità. Ma questo è solo un pezzo della storia».

Quale?

«Queste violenze non hanno a che vedere con le richieste e le proteste pacifiche e legittime di molte ragazze e ragazzi che ci parlano della loro difficoltà ad immaginare un futuro. Siamo dentro situazioni complesse, che non possono avere un’unica chiave di lettura».

La destra vede solo la guerriglia, non la protesta?

«Pensare di criminalizzare le proteste mettendole nello stesso calderone delle violenze è un tragico errore».

Lei lo ha sostenuto in tv da Gramellini, e in un post su Instagram che è stato visto da quasi un milione di persone. Cosa ci rivel…

Mario Calabresi, scrittore, giornalista, candidato sindaco a Milano, cosa ci dicono le violenze di questi giorni?

«Prima di tutto bisogna condannarle, perché la guerriglia non può avere mai giustificazioni. Abbiamo assistito a scene intollerabili di violenza e saccheggio e su questo bisogna essere netti. Vanno garantiti l’ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini, e quindi la legalità. Ma questo è solo un pezzo della storia».

Quale?

«Queste violenze non hanno a che vedere con le richieste e le proteste pacifiche e legittime di molte ragazze e ragazzi che ci parlano della loro difficoltà ad immaginare un futuro. Siamo dentro situazioni complesse, che non possono avere un’unica chiave di lettura».

La destra vede solo la guerriglia, non la protesta?

«Pensare di criminalizzare le proteste mettendole nello stesso calderone delle violenze è un tragico errore».

Lei lo ha sostenuto in tv da Gramellini, e in un post su Instagram che è stato visto da quasi un milione di persone. Cosa ci rivela?

«Significa che c’è grande preoccupazione per la tensione nel Paese. Le persone chiedono risposte non semplicistiche ma adulte e mature».

Cosa intende con risposte adulte?

«Il governo dovrebbe riconoscere il malessere e offire delle soluzioni, non fare delle ironie, come quella rivolta al sindaco di Milano di essere un radical chic. Oppure colpevolizzando le opposizioni, anche perché io ho sempre e solo sentito Elly Schlein condannare la violenza».

È un richiamo alla responsabilità?

«Sì, a non fare giochini elettorali. Il disagio e la marginalità sono un fatto reale, non si può soffiare sul fuoco di queste fratture. Ci vuole un’assunzione di responsabilità da parte di tutti».

Lei si è anche appellato alla polizia.

«La situazione è difficilissima e non dimentichiamo i molti feriti tra le forze dell’ordine, ma chi è garante delle regole e delle libertà di tutti, ha il dovere di distinguere tra il dissenso civile e la protesta violenta».

Che momento stiamo vivendo?

«Viviamo un tempo di crisi profonda, come vediamo anche in Francia e in Spagna.E proprio per questo dentro le istituzioni si dovrebbe avere il dovere di essere pompieri, non incendiari».

Vede la tendenza ad esasperare i conflitti?

«Sì, il governo dovrebbe iniziare ad assumersi le sue responsabilità provando a dare risposte agli studenti che manifestano, come al malessere dei camionisti che fermano i commerci al Sud».

Che senso politico ha distruggere le librerie Feltrinelli?

«Perché è una vetrina del centro, in questo caso di Torino, ed è vissuta come un luogo che esclude, da cui ci si sente tagliati fuori. È uno spazio di chi sta bene, di chi ce l’ha fatta, di chi ha un lavoro».

Cosa li spinge?

«Sentono di non avere nulla da perdere, perché non hanno nulla: né speranze, né futuro. Si sentono invisibili».

Esistono solo mentre spaccano?

«È terribile che pensino che solo distruggendo possono essere visti. Hanno una rabbia fortissima che mette insieme tante cose diverse a partire dal senso di esclusione».

Non c’è una sottovalutazione del disagio?

«Da troppo tempo si pensa di risolvere la situazione delle periferie con risposte semplicemente securitarie. E quindi abbiamo abbassato l’età della punibilità, immaginiamo di aumentare i posti nelle carceri minorili e facciamo pacchetti speciali di sicurezza».

È stata la ricetta del governo Meloni.

«Ma in questo modo sarà sempre una rincorsa, perché nel frattempo la fabbrica dell’emarginazione, della rabbia, del malessere, continuerà a produrre altra violenza portandoci a situazioni sempre più simili a quelle delle banlieue francesi».

Cosa manca?

«Lavorare sul futuro, sulla speranza».

Detto così sembra un facile slogan.

«Accanto a un lavoro di ordine pubblico, fatto di prevenzione e attenzione a ogni segnale, ne serve uno sociale, profondo, che coinvolga mediatori culturali, comunità, le famiglie dei ragazzi che vengono fermati. E dev’esserci la scuola, con precisi percorsi di formazione. Va capito che escludere questa generazione da vere possibilità di vita e di lavoro è pericoloso e non conviene a nessuno».

Ma cosa dice a chi invece li giustifica?

«Dico che la violenza va sempre condannata. Non ci possono essere ambiguità, perché la violenza alla fine si mangia tutto, chiude qualsiasi possibilità di cambiamento. Ma la risposta non può essere solo securitaria, deve contenere tante voci e tanti mezzi. Una città sicura non è solo una città capace di fermare la violenza, ma una città in cui ogni giorno si lavora perché quella violenza non nasca e non cresca».

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