ROMA – Dunque ci siamo, Elly Schlein si è lanciata nella corsa a palazzo Chigi. Eppure, se è vero quello che ha raccontato a Susanna Turco nella biografia “L’imprevista”, non era questa la scelta scritta nel suo destino. «Non mi pensavo come una front runner, il mio impegno politico non è nato da un’ambizione personale». Sarà. Di sicuro nel suo patrimonio genetico c’è molto del partito democratico di oggi, dei mille rivoli e culture che lo compongono, tanto che la sua segreteria sembra quasi una predestinazione, anzi l’incarnazione di un personaggio che viene dal passato, come uno di quelli del gioco Assassin’s Creed, che la appassionava nella serate da nerd all’università di Bologna. Chi la descrive come una figlia di papà, un’aliena svizzera che ha scoperto la politica con #OccupyPd, forse non sa che nel Dna di Schlein c’è anche un nonno materno deputato Psi, Agostino Viviani, che finì a candidarsi per i radicali di Marco Pannella. O un nonno paterno ebreo ucraino di Leopoli, dal co…
ROMA – Dunque ci siamo, Elly Schlein si è lanciata nella corsa a palazzo Chigi. Eppure, se è vero quello che ha raccontato a Susanna Turco nella biografia “L’imprevista”, non era questa la scelta scritta nel suo destino. «Non mi pensavo come una front runner, il mio impegno politico non è nato da un’ambizione personale». Sarà. Di sicuro nel suo patrimonio genetico c’è molto del partito democratico di oggi, dei mille rivoli e culture che lo compongono, tanto che la sua segreteria sembra quasi una predestinazione, anzi l’incarnazione di un personaggio che viene dal passato, come uno di quelli del gioco Assassin’s Creed, che la appassionava nella serate da nerd all’università di Bologna. Chi la descrive come una figlia di papà, un’aliena svizzera che ha scoperto la politica con #OccupyPd, forse non sa che nel Dna di Schlein c’è anche un nonno materno deputato Psi, Agostino Viviani, che finì a candidarsi per i radicali di Marco Pannella. O un nonno paterno ebreo ucraino di Leopoli, dal cognome Schleyen (poi semplificato in Schlein), con la famiglia d’origine sterminata nell’Olocausto. Tutto torna e tutto si tiene, i diritti civili, l’Ucraina, la sensibilità per i migranti e le minoranze, lei che da italiana in Svizzera — secchiona e pure «non conforme agli standard» — era guardata dall’alto in basso tra i banchi del liceo.
Ma ieri, lasciandosi andare davanti ai cinquecento delegati alla Nuvola dell’Eur, Schlein è sembrata soprattutto specchiarsi nella Grande Rivale, quella donna «che non difende le altre donne», l’altra “imprevista” della politica a cui vorrebbe sbarrare il ritorno a palazzo Chigi. E non è solo il tailleur di raso, identico a quello indossato dalla premier alla Camera (Schlein color ottanio, écru per Meloni), un abbigliamento che fa tanto bilaterale di Stato, quanto la postura dell’underdog, di quella che non l’hanno vista arrivare e si è fatta strada da sola, a gomitate, in un mondo politico scettico quando non apertamente ostile. Non troppo diverso da quello che aveva incontrato da ragazza a Bologna, quando al direttivo della sinistra universitaria si sentì zittire dal capetto di turno con un «tu qui non puoi parlare». E si disse che non l’avrebbe più permesso a nessuno. «Quando sono stata eletta segretaria — ha ricordato ieri — avevano scommesso che non sarei durata sei mesi. E invece...sono ancora qua». Sottostimata e ritenuta una donna debole, forse debole perché donna. Come quell’altra, che quando si trattò di scegliere il candidato sindaco del centrodestra a Roma, venne pubblicamente sconsigliata da Berlusconi perché «è una mamma e fare il sindaco è un mestiere terribile».
La sua diversità Schlein l’ha rivendicata anche ieri facendone un punto di forza. «Se i loro standard valessero nel Paese, io qua non ci sarei mai arrivata. E penso che questa sarà la sfida del riscatto di tutti quelli che si sono sempre sentiti dire che non ce la potevano fare». È il noi pochi, noi felici pochi contro tutti, contro l’establishment che vorrebbe sempre cancellare il cambiamento. «Non preoccupatevi se ci danno addosso, è giusto che abbia paura di noi chi vuole che nulla cambi, chi tifa per il pareggio o per le larghe intese. È per questo che ci attaccano, ma io vi dico non abbiate timore: che ci sia un pezzo di establishment che non vuole una persona di sinistra a palazzo Chigi non è una novità, è la storia di questo Paese». E sembra di risentire Meloni alzare la voce ad Atreju contro i poteri forti, contro la «palude e l’inciucio» e contro l’establishment che «non vuole cambiare, che pensa che chi proviene dalla destra sia figlio di un dio minore».
Elena “Elly” si è andata a prendere un partito senza chiedere il permesso, ha costruito un’alleanza mentre tutti la sbertucciavano sul suo essere “testardamente unitaria”. E conta di ritrovarsi faccia a faccia con la Grande Rivale appena sbrigata questa pratica delle primarie, dalla quale è sicura di uscire vincitrice contro Giuseppe Conte. «A noi non ci ha regalato niente nessuno, se siamo la prima forza di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con la fatica e il sudore».
In questo “Pd Pride” alla Nuvola, l’innominato è naturalmente Giuseppe Conte, che dovrebbe acconciarsi a fare il vicepremier oppure qualcos’altro in caso di vittoria della segretaria. Accetterà? «Accetterà: meglio restare cardinale in Vaticano che tornarsene in parrocchia», assicura sorridendo Paolo Furia, uno dei tanti delegati che è sceso a Roma per votare Schlein.