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Giovanissimi e sconosciuti i violenti di Milano, Viminale spiazzato. Indagine sul tam tam social

Caccia agli account che per primi hanno lanciato la convocazione del corteo con richiami simili a chi protesta a Parigi e Tirana
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«Abbiamo individuato l’onda. Ma non siamo in grado di dire dove andrà a infrangersi». Usa la metafora del mare in tempesta uno dei più alti dirigenti della Polizia di prevenzione italiana per raccontare quello che sta accadendo. E soprattutto per spiegare perché lo Stato si trova davanti a un avversario senza testa. Non ci sono capi con cui trattare, organizzazioni da monitorare, servizi d’ordine con cui concordare percorsi e limiti delle manifestazioni. Ci sono ragazzini, spesso minorenni, che si danno appuntamento sui social, arrivano nelle piazze e spaccano tutto. Con richieste e rivendicazioni diverse. E senza qualcuno che possa fermarli. È questa la novità che preoccupa gli apparati di sicurezza italiani: l’impossibilità di applicare gli strumenti tradizionali della prevenzione. La gestione dell’ordine pubblico si è sempre basata anche sulla conoscenza degli interlocutori. Movimenti, leader, gruppi antagonisti, persino le frange più radicali avevano riferimenti riconoscibili. Qui…

«Abbiamo individuato l’onda. Ma non siamo in grado di dire dove andrà a infrangersi». Usa la metafora del mare in tempesta uno dei più alti dirigenti della Polizia di prevenzione italiana per raccontare quello che sta accadendo. E soprattutto per spiegare perché lo Stato si trova davanti a un avversario senza testa. Non ci sono capi con cui trattare, organizzazioni da monitorare, servizi d’ordine con cui concordare percorsi e limiti delle manifestazioni. Ci sono ragazzini, spesso minorenni, che si danno appuntamento sui social, arrivano nelle piazze e spaccano tutto. Con richieste e rivendicazioni diverse. E senza qualcuno che possa fermarli. È questa la novità che preoccupa gli apparati di sicurezza italiani: l’impossibilità di applicare gli strumenti tradizionali della prevenzione. La gestione dell’ordine pubblico si è sempre basata anche sulla conoscenza degli interlocutori. Movimenti, leader, gruppi antagonisti, persino le frange più radicali avevano riferimenti riconoscibili. Qui no. Il bilancio di sabato, con 28 arrestati, dodici dei quali minorenni, e 141 feriti tra le forze dell’ordine, racconta la dimensione degli scontri.

Ieri al Viminale si è cercato di mettere insieme quello che polizia e apparati di intelligence hanno raccolto finora. Il punto di partenza è un volantino. Il primo. Quello che ha cominciato a circolare sulle piattaforme digitali chiamando i ragazzi alla mobilitazione. Ricostruire la catena dei rilanci somiglia al tentativo di capire quale sia stata la prima palla di neve a provocare una valanga. Eppure è proprio lì che si cerca: nei primi account, nei primi messaggi, nelle prime condivisioni. Anche perché la grafica del volantino italiano è molto simile a quella utilizzata nelle mobilitazioni francesi. E la successione di quanto accaduto in Francia, poi in Albania e adesso in Italia viene considerata troppo significativa per essere liquidata come una coincidenza. L’indagine non riguarda soltanto chi abbia diffuso il primo appello, ma anche chi lo abbia amplificato. Gli investigatori stanno studiando il comportamento delle piattaforme e la velocità con cui determinati contenuti raggiungono migliaia di giovanissimi. Il sospetto è che gli algoritmi possano aver favorito in modo anomalo la circolazione degli stessi messaggi, anche attraverso un intervento esterno. È una delle piste sulle quali si lavora. Poi ci sono quelli che gli investigatori chiamano «rilanciatori inconsapevoli». Condividono perché ritengono giusto protestare, oppure semplicemente perché quel contenuto porta visualizzazioni, follower e talvolta denaro. Senza necessariamente sapere chi lo abbia prodotto e con quali intenzioni.

Sul territorio, intanto, nessun preavviso delle manifestazioni e nessuna regia politica riconoscibile. A Torino l’area di Askatasuna ha provato a mettersi alla testa della protesta. Altrove i movimenti tradizionali hanno preferito prendere le distanze. A Roma sono state registrate vicinanze con gli ambienti delle vecchie mobilitazioni No Vax, altrove affiorano richiami ai gilet gialli. Ma non emerge una struttura comune. A Milano, Bergamo, Brescia e Verona, dove gli scontri sono stati particolarmente duri, è stata significativa la presenza di ragazzi di seconda generazione. Anche in questo caso, però, senza una rivendicazione politica unitaria.

Ed è sulla gestione delle piazze che al Viminale è emersa anche un’autocritica. Non tutto ha funzionato. A cominciare dalla distribuzione dei reparti. Senza interlocutori e senza preavvisi, le forze sono state mandate su molti territori per coprire il maggior numero possibile di obiettivi. Una scelta comprensibile, ma che ha finito per disperdere risorse proprio mentre in alcune città gli scontri diventavano più violenti. Il problema, adesso, è evitare che accada di nuovo. Perché si possono rafforzare i presidi ma resta la difficoltà di prevedere dove si concentreranno le prossime proteste. Per questo risalire a chi ha diffuso il primo volantino potrebbe aiutare a ricostruire il meccanismo della mobilitazione e ad anticiparne l’onda. Prima che si infranga.

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