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Gabrielli: “Militarizzano le città, norme figlie del vannaccismo”

(agf)

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L’ex capo della polizia in campo insieme a Ruffini con “Più uno”: “Ci propinano l’ennesimo dl: è il sintomo del loro fallimento”
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«Il presidente Mattarella ha richiamato tutti alla serietà di fronte a una vicenda che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni rispetto alla comprensione dei cambiamenti. E invece ci viene propinato l’ennesimo decreto». Franco Gabrielli, ex capo della Polizia ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ora in campo con Più uno, accanto a Ernesto Maria Ruffini, denuncia il tentativo, fermato dal Quirinale, «e denunciato subito dal Pd», di attribuire poteri di polizia giudiziaria ai militari. Ma soprattutto accusa il governo di non aver compreso quanto accade nelle piazze. «È vittima delle sue semplificazioni. E con questa proposta il vannaccismo ha fatto il suo ingresso nel governo».

Gabrielli, dopo quasi cinque anni di governo un…

«Il presidente Mattarella ha richiamato tutti alla serietà di fronte a una vicenda che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni rispetto alla comprensione dei cambiamenti. E invece ci viene propinato l’ennesimo decreto». Franco Gabrielli, ex capo della Polizia ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ora in campo con Più uno, accanto a Ernesto Maria Ruffini, denuncia il tentativo, fermato dal Quirinale, «e denunciato subito dal Pd», di attribuire poteri di polizia giudiziaria ai militari. Ma soprattutto accusa il governo di non aver compreso quanto accade nelle piazze. «È vittima delle sue semplificazioni. E con questa proposta il vannaccismo ha fatto il suo ingresso nel governo».

Gabrielli, dopo quasi cinque anni di governo un nuovo decreto sicurezza.

«Dopo anni di governo e una proliferazione di norme che ormai non si contano più, continuare a proporne altre significa certificare che non hai saputo leggere quello che stava avvenendo. Perché delle due l’una. O è la certificazione del fallimento di una modalità di governo della pubblica sicurezza, oppure c’è il tentativo, ancora più pericoloso, di rompere un argine fondamentale della nostra democrazia».

Si riferisce alla norma sui militari, ritirata dopo l’intervento del Colle?

«Certamente. È molto grave che qualcuno abbia pensato di proporla. Questo Paese ha faticosamente costruito un sistema che distingue le responsabilità civili della sicurezza pubblica da quelle militari della difesa contro le minacce esterne. Un argine fondamentale per una democrazia liberale».

Perché parla di vannaccismo?

«Perché questa è una visione che punta sulla militarizzazione del territorio. Quando apri un varco del genere, diventa difficile richiuderlo».

Una signora ha scritto su Instagram a Repubblica: come faccio a stare tranquilla che nessuno spacchi la vetrina del mio negozio? Che risposta bisogna darle?

«Ha tutto il diritto di pretendere sicurezza. Lo Stato deve garantirgliela con un controllo del territorio efficace. Ma non è con l’esercito che rispondi. Bisogna impedire che quei ragazzi arrivino davanti alla sua vetrina. Significa lavorare prima. Quando si radunano in maniera informe e cominciano a devastare, le possibilità di intervento sono inevitabilmente limitate».

Eppure qualche migliaio di ragazzi ha messo a soqquadro Milano.

«Il problema non è quanti uomini hai, ma dove sono costretti a operare. E poi la verità è che non li hanno visti arrivare. Per questo qualche domanda sulla capacità di penetrazione informativa e di lettura della realtà bisognerebbe porsela. Bisogna studiare nuovi meccanismi di prevenzione. Ma non puoi farlo quando i buoi sono già scappati».

Chi sono questi ragazzi?

«Bisogna distinguere. Abbiamo visto ragazzi protestare per il futuro, il diritto allo studio, la casa, contro un precariato che li sta ammazzando. E poi c’è una parte che affonda nel nichilismo. Ragazzi per i quali il futuro è già pregiudicato dal presente».

Molti sono italiani di seconda generazione.

«Molti appartengono a famiglie con percorsi migratori. Hanno sostituito la rassegnazione dei padri con la rabbia di sentirsi esclusi. È un tema enorme, che riguarda immigrazione, inclusione e cittadinanza. Questi ragazzi devono aspettare una vita per diventare cittadini e adesso si pensa persino di rendere la cittadinanza un ulteriore elemento di precarietà. Così allarghiamo le fratture e rendiamo il Paese meno coeso».

Ma capire non rischia di giustificare la violenza?

«È la trappola nella quale non dobbiamo cadere. Capire non significa giustificare. Serve a individuare le cause, ma anche le modalità per contrastare gli effetti. La domanda di sicurezza è sacrosanta».

Il governo punta sui fermi preventivi.

«I fermi preventivi non hanno funzionato per i maggiorenni, figuriamoci con i minori. E le nuove norme penali sono scorciatoie di chi non vuole capire. Si continua a riproporre una misura che ha già dimostrato la propria inefficacia. Non hanno la benché minima possibilità di produrre effetti significativi. Sono soltanto risposte placebo».

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