Tra il primo e il secondo intervento di Matteo Salvini sul palco del congresso straordinario della Lega a Milano, c’è un trillo di cellulare che il capo del Carroccio non ha potuto ignorare: è Giorgia Meloni. La premier, confermano fonti della cerchia stretta del ministro dei Trasporti, non ha gradito un passaggio del discorso fiume del suo numero due, prima della rielezione al vertice del partito. L’ultimatum sulle armi a Kiev, lo stop da protocollare subito, nel prossimo Consiglio dei ministri. Meloni, al telefono, chiarisce al vice che non può accettare aut aut. Che i patti sono altri e non ha senso mostrare la coalizione spaccata in una fase già così tribolata. Un conto è lanciare appelli alla pace, persino dichiarare che «a fine conflitto» si può riaprire al gas russo. Un altro è intervenire così, a gamba tesa. «Questo ci mette solo in difficoltà», il senso del ragionamento dell’inquilina di Palazzo Chigi. Salvini incassa. E riprendendo la parola, dopo il voto a suo favore di 465…
Tra il primo e il secondo intervento di Matteo Salvini sul palco del congresso straordinario della Lega a Milano, c’è un trillo di cellulare che il capo del Carroccio non ha potuto ignorare: è Giorgia Meloni. La premier, confermano fonti della cerchia stretta del ministro dei Trasporti, non ha gradito un passaggio del discorso fiume del suo numero due, prima della rielezione al vertice del partito. L’ultimatum sulle armi a Kiev, lo stop da protocollare subito, nel prossimo Consiglio dei ministri. Meloni, al telefono, chiarisce al vice che non può accettare aut aut. Che i patti sono altri e non ha senso mostrare la coalizione spaccata in una fase già così tribolata. Un conto è lanciare appelli alla pace, persino dichiarare che «a fine conflitto» si può riaprire al gas russo. Un altro è intervenire così, a gamba tesa. «Questo ci mette solo in difficoltà», il senso del ragionamento dell’inquilina di Palazzo Chigi. Salvini incassa. E riprendendo la parola, dopo il voto a suo favore di 465 delegati, ricalibra i toni. Cambia la prospettiva: il suo è un «ragionamento». Segnali per Meloni. Pure dalle parti di Antonio Tajani insistono: la linea non cambia, è quella condivisa dal ministro degli Esteri e dalla presidente del Consiglio. Probabile un primo chiarimento oggi, nel vertice dei leader di maggioranza.
È l’ennesima sparata del segretario lumbard? I suoi giurano di no. Al prossimo Cdm - in calendario domani, con all’ordine del giorno un tema spinosissimo, la manovra - non verrà chiesto alcunché da parte del vicepremier. Ma se la guerra tra Kiev e Mosca continuerà nel ‘27, tra un mese e mezzo, a metà dicembre, il Carroccio porrà il tema: «Non siamo più disponibili a votare un altro decreto Ucraina», è l’avviso ai naviganti. Nemmeno rivisto e corretto, come quello varato alla fine dell’anno scorso, con l’aggiunta degli aiuti principalmente «civili» al paese invaso. In realtà ormai è più forma che sostanza: dopo l’ultimo decreto Kiev, licenziato poco prima di capodanno ‘25 e in vigore per tutto il ‘26, non è stato spedito nemmeno un pacchetto di munizioni. E siamo quasi a novembre. Il Copasir, a ieri sera, non è stato informato, neanche ufficiosamente, su nuove mosse dell’esecutivo.
Il posizionamento politico torna utile, però, per la campagna elettorale ormai imminente. Meloni, come raccontato ieri da Repubblica, ha illustrato agli alleati la road map, anche se la direttiva è di negare le urne anticipate davanti a microfoni e taccuini: lascerà a marzo, dopo il consiglio europeo a Roma. Dalla Lega continuano ad arrivare sbuffi di malumore, anche se Salvini con Meloni è stato chiaro: in tempo per il voto va approvata l’autonomia differenziata. Il Carroccio ha bisogno di un provvedimento bandiera, visto che il Ponte sullo Stretto è impantanato. L’autonomia è l’unica carta buona in mano a Salvini, che non a caso ha messo la scritta «Italia federale» nel simbolo. Meloni manda segnali, per evitare intralci: dopo il varo in Cdm di due settimane fa, i ddl con le intese per le 4 regioni del Nord interessate (Lombardia, Liguria, Veneto e Piemonte) sono stati spediti in tutta fretta alla commissione Affari costituzionali della Camera. Il presidente, il forzista Nazario Pagano, li calendarizzerà già la prossima settimana, con l’obiettivo di chiudere il voto a Montecitorio a fine gennaio. Palazzo Madama avrebbe il tempo per chiudere la pratica per fine marzo. Così la premier può provare la sterzata verso le elezioni anticipate, senza troppi capricci degli alleati.