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Goffredo Bettini: “Sostegno a Kiev, ma no alla guerra infinita. Primarie non siano a due”

Goffredo Bettini, tra i fondatori del Pd, ne è stato il coordinatore tra il 2007 e il 2009 

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L’ex eurodeputato del Pd invita a costruire un’alleanza larga: “La sfida è battere Meloni, non rafforzare la propria mattonella”
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Quando si discute su come tenere insieme l’alleanza di centrosinistra, conviene bussare alla porta di Goffredo Bettini, tra i primi a credere all’intesa con i cinque stelle anche quando non sembrava possibile.

In Italia c’è ancora spazio per un terzo nome oppure le primarie per la leadership sono inevitabili?

«Penso che, giunti a questo punto, siano inevitabili».

Come evitare di trasformarle in un duello che lasci a casa l’elettorato del leader perdente?

«Va evitato uno scontro distruttivo e vanno fatte presto, perché continuare questa fase di sospensione ci logora mentre Meloni e il centrodestra sono in pieno assetto di combattimento».

Perché bisogna sbrigarsi?

«Perché chi verrà scelto deve avere il tempo di conquistare i cuori degli elettori, trasformandosi da candidato di parte a candidato di tutta la coalizione».

Quando si discute su come tenere insieme l’alleanza di centrosinistra, conviene bussare alla porta di Goffredo Bettini, tra i primi a credere all’intesa con i cinque stelle anche quando non sembrava possibile.

In Italia c’è ancora spazio per un terzo nome oppure le primarie per la leadership sono inevitabili?

«Penso che, giunti a questo punto, siano inevitabili».

Come evitare di trasformarle in un duello che lasci a casa l’elettorato del leader perdente?

«Va evitato uno scontro distruttivo e vanno fatte presto, perché continuare questa fase di sospensione ci logora mentre Meloni e il centrodestra sono in pieno assetto di combattimento».

Perché bisogna sbrigarsi?

«Perché chi verrà scelto deve avere il tempo di conquistare i cuori degli elettori, trasformandosi da candidato di parte a candidato di tutta la coalizione».

Si è discusso se limitare la corsa ai due leader maggiori oppure allargare ad altri. La sua idea?

«Francamente penso sia importante evitare il confronto a due. Primo perché renderebbe più radicale la contrapposizione, e poi perché resto convinto della necessità che, oltre alla sinistra, si organizzi un’area di democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti. Andare alle primarie senza la rappresentanza di quest’area di centro, riduce le possibilità di sviluppo che tutta la coalizione ambisce ad avere».

Affrontiamo l’elefante nella stanza: Renzi dentro o fuori?

«Renzi deve stare dentro il nostro campo. Perché abbiamo bisogno di tutti e nessuno può assumersi la responsabilità di dire no, di fronte a una prova così decisiva come la costruzione dell’alternativa alla destra. E poi, diciamocelo, Renzi in questi anni ha fatto un’opposizione a Meloni limpida ed efficace».

Per Giuseppe Conte resta inaffidabile. Come superare questa obiezione?

«Conte ha anche detto che, se il maggiore partito si sente di “governare” questa presenza, e di garantire sulla sua affidabilità, a lui sta bene. Non ha posto una pregiudiziale».

Ma se le primarie dovesse vincerle Conte, non sarebbe un evento distruttivo per la leadership di Schlein e per lo stesso Pd?

«Si sta dando un’importanza eccessiva, ossessiva e distraente alla scelta del leader. È un cedimento culturale e politico allo schema plebiscitario di Meloni. Noi combattiamo quel modello, va smitizzata la figura del leader. Consiglio di non spendere eccessivi entusiasmi ed energie per rafforzare la propria mattonella, perdendo di vista l’obiettivo».

Nicola Fratorianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli 

Alziamo lo sguardo dalla mattonella?

«Alziamolo: la prova elettorale che conta non sono le primarie ma le secondarie. Quattro anni di questo governo di destra sono stati materialmente e spiritualmente un colpo agli italiani; dieci anni diventerebbero un regime, si prenderebbero tutto, compreso il presidente della Repubblica».

Rifaccio la domanda: che succede se vince Conte?

«Chiunque vinca dovrà rappresentare tutti. Conte ha saputo dirigere un governo di coalizione che ha salvato l’Italia. E il Pd, con la sua segreteria che lo ha risollevato, sarà comunque determinante e protagonista in qualsiasi scenario. Concentrarsi sulla questione del leader è in contraddizione con il modo in cui dovremmo andare alle elezioni: come una squadra, con un programma comune, con l’aspirazione a costruire un’Italia diversa, con solidarietà e, posso dirlo, con empatia tra di noi. Questo chiede la nostra gente».

Ci riusciranno?

«Penso che chi vinca saprà avere questo respiro, non vedo pericoli di spaccatura del Pd, né una riduzione della sua capacità politica, se non diamo alle primarie un carattere definitivo».

Tutti sono convinti che non sarà un problema raggiungere l’accordo sul 99 per cento del programma. Resta quell’un per cento e si chiama Ucraina. E rischia di far saltare tutto.

«Confermo, sul 99 per cento il programma l’abbiamo già condiviso, abbiamo condotto lotte insieme e proposto progetti di legge unitari in Parlamento e politiche comuni nella società. Sull’Ucraina la mia idea è questa: abbiamo fatto benissimo ad aiutare Kiev dopo l’aggressione criminale di Putin, ma da subito avremmo dovuto pronunciare una parola semplice, chiara, base di ogni altra cosa: pace e ancora pace. Invece le classi dirigenti di Bruxelles hanno parlato di vittoria finale sulla Russia, persino mettendo in conto un conflitto atomico».

E quindi ora che fare?

«Io dico sosteniamo la difesa dell’Ucraina, però no alle armi per una guerra infinita».

Persino un amico di Putin, Donald Trump, non riesce a farsi ascoltare. Ci possiamo riuscire noi europei?

«Sì, perché la Russia sta in Europa e ha un grande bisogno di un rapporto positivo con noi. E anche noi non possiamo rompere quel legame. San Pietroburgo è metà Venezia e metà Parigi. Bisogna prendere l’iniziativa, non soffiare sui venti di guerra».

Il problema è che i cinque stelle dicono, come Vannacci e Salvini, stop alle armi. E votano anche in Europa come Vannacci…

«Finché l’Europa mantiene questa torsione, mandare armi significa alimentare una guerra che cresce su se stessa. Capisco la preoccupazione dei 5s e Conte sta in una logica completamente diversa da Vannacci. Se, come Italia, riuscissimo a cambiare la posizione europea e si avviasse una trattativa diplomatica, l’invio di armi difensive sarebbe un modo per non sguarnire l’Ucraina in vista di una conferenza di pace. Ma l’obiettivo finale deve essere una Ucraina neutrale, che la Russia non senta come una minaccia esistenziale. Dunque fuori dalla Nato e dentro l’Ue».

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