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Tra imbarazzi e slittamenti l’invio di aiuti è congelato, Meloni aspetta le midterm Usa

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni

 

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L’ultima spedizione all’Ucraina risale a dieci mesi fa. Ora potrebbe saltare l’impegno assunto con Macron e Zelensky
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Parlarne poco. Usare formule generiche del tipo: «Il sostegno all’Ucraina continuerà». E soprattutto: rinviare, rinviare, rinviare. Prima luglio, poi settembre, quindi il congresso della Lega, adesso le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. A Palazzo Chigi si respira imbarazzo, misto a cautela. Gestire il tredicesimo pacchetto di aiuti militari a Kiev sta diventando un problema. Pronto, ma congelato. Pare in attesa di capire che ne sarà di Donald Trump, il prossimo 3 novembre. A costo di rimandare un impegno assunto con Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, ai quali l’esecutivo aveva assicurato un via libera entro ottobre. E invece, a quattro giorni dalla fine del mese il Copasir non è stato ancora allertato. E nulla lascia presagire che la convocazione arrivi nelle prossime ore.

Passo indietro, breve ma essenziale: all’Ucraina servono gli Aster 30, missili che permettono di difendere la capitale e le altre città attaccate dai russi. Li può fornire solo l’Italia, assieme a Par…

Parlarne poco. Usare formule generiche del tipo: «Il sostegno all’Ucraina continuerà». E soprattutto: rinviare, rinviare, rinviare. Prima luglio, poi settembre, quindi il congresso della Lega, adesso le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. A Palazzo Chigi si respira imbarazzo, misto a cautela. Gestire il tredicesimo pacchetto di aiuti militari a Kiev sta diventando un problema. Pronto, ma congelato. Pare in attesa di capire che ne sarà di Donald Trump, il prossimo 3 novembre. A costo di rimandare un impegno assunto con Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, ai quali l’esecutivo aveva assicurato un via libera entro ottobre. E invece, a quattro giorni dalla fine del mese il Copasir non è stato ancora allertato. E nulla lascia presagire che la convocazione arrivi nelle prossime ore.

Passo indietro, breve ma essenziale: all’Ucraina servono gli Aster 30, missili che permettono di difendere la capitale e le altre città attaccate dai russi. Li può fornire solo l’Italia, assieme a Parigi. Ed è dal dicembre del 2025 che Roma non manda aiuti. Da mesi, Giorgia Meloni sostiene: ci siamo e il dossier è in mano a Guido Crosetto. Il ministro della Difesa, che è poi l’unico che preme davvero per questo pacchetto, continua a ribadire che l’Italia sostiene la causa ucraina. E però, quei sistemi di difesa aerea restano impacchettati, senza l’ultimo via libera. Perché?

Il testo del decreto interministeriale va firmato dallo stesso Crosetto (che ovviamente è disponibile), Antonio Tajani (idem) e Giancarlo Giorgetti. Sottovoce, c’è chi dice: il ministro dell’Economia tentenna, teme l’ira di Matteo Salvini, nega l’autografo in calce al testo. Vero, falso? Conta poco: decide comunque Meloni. E certo la premier non si fa bloccare dal segretario del Carroccio, debole nonostante il nuovo successo congressuale. Ancora una volta, dunque: che cosa sta succedendo?

Crosetto evita di sbilanciarsi pubblicamente, ma in privato ha avvertito i suoi: esiste un nodo politico da sbrogliare. Non indica quale, ma ai vertici del governo l’allerta viene tradotta così: manca l’ultima spinta di Palazzo Chigi. L’approssimarsi delle elezioni, questo è il timore conseguente, potrebbe bloccare la decisione addirittura fino alle urne di primavera.

E d’altra parte, si procede sempre con nuovi rinvii. Prima si pensava bastasse l’assise della Lega, ma c’è stata senza svolte. Adesso le stesse fonti sostengono: meglio attendere le midterm, in modo da capire come sarà il prossimo biennio del tycoon e calibrare le mosse dell’Italia anche in funzione dell’atteggiamento americano. Non sembra una ragione sufficiente a spiegare quanto sta accadendo, o comunque: non tutto.

C’è la politica interna a pesare, deviando il corso degli eventi. Ad esempio, Roberto Vannacci: sembra aver perso slancio e nessuno, ai vertici del melonismo, vuole ridargli fiato. E poi Giuseppe Conte, che continua a intestarsi la battaglia contro le armi, con successo e consenso. Ecco perché la diplomazia — dunque Palazzo Chigi e Farnesina — hanno spiegato con garbo informalmente alla controparte ucraina, in queste ore, che è meglio pazientare ancora un po’, evitando strappi che metterebbero in difficoltà la premier e il suo sostegno incrollabile a Kiev.

A dire il vero, qualcuno che si lamenta c’è. Di Crosetto abbiamo detto, anche se per adesso senza esporsi pubblicamente. Pure i riformisti del Pd provano a farsi sentire. Ieri Lia Quartapelle, vicina a Lorenzo Guerini, ha messo in fila alcuni dati di cronaca: «Sembrava che al governo aspettassero la fine del congresso leghista per le armi all’Ucraina. Ora si vedrà chi comanda davvero, se Salvini o Meloni».

A ieri sera il Copasir non era ancora stato convocato per vagliare il decreto, eppure in agenda ci sono già due riunioni tra oggi e domani. L’impegno assunto assieme alla Francia era quello di spedire i missili entro fine mese, dunque il tempo stringe. Una nuova proroga — dopo quella di luglio e di settembre — è dietro l’angolo. Tocca a Meloni decidere se rispettare o disattendere quella promessa.

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