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Calenda: “Il governo molla Kiev e lo fa solo per calcoli elettorali”

Il leader di Azione Carlo Calenda (agf)

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Meloni dice cose giuste ma rinvia gli aiuti e fa venir meno il supporto. Dibattito nel campo largo è indegno, alla fine l’avrà vinta Conte
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Il leader di Azione Carlo Calenda guarda alla sua destra e alla sua sinistra, e vede solo ragioni di preoccupazione: «La sopravvivenza dell’Europa è legata a Kiev, eppure entrambi gli schieramenti si preparano a una campagna elettorale in cui nessuno ha il coraggio di assumere posizioni impopolari».

Quest’anno l’Italia non ha ancora mandato aiuti militari. Il governo sta cambiando linea?

«La presidente del Consiglio continua a rimandare il pacchetto atteso perché ritiene possa essere sgradito all’opinione pubblica e avvantaggiare Roberto Vannacci. In Parlamento Giorgia Meloni pronuncia parole condivisibili, ma la verità è che il supporto a Volodymyr Zelensky, al di là della retorica, sta piano piano venendo meno».

Il pressing di Matteo Salvini per interrompere l’assistenza militare rischia di trovare ascolto?

«Temo di sì. Il leader leghista è ben abituato a dire una cosa e farne un’altra come stile di vita. Ma ormai vedo molto esitante tutto l’esecutivo. Sarebbe un tradimento verso …

Il leader di Azione Carlo Calenda guarda alla sua destra e alla sua sinistra, e vede solo ragioni di preoccupazione: «La sopravvivenza dell’Europa è legata a Kiev, eppure entrambi gli schieramenti si preparano a una campagna elettorale in cui nessuno ha il coraggio di assumere posizioni impopolari».

Quest’anno l’Italia non ha ancora mandato aiuti militari. Il governo sta cambiando linea?

«La presidente del Consiglio continua a rimandare il pacchetto atteso perché ritiene possa essere sgradito all’opinione pubblica e avvantaggiare Roberto Vannacci. In Parlamento Giorgia Meloni pronuncia parole condivisibili, ma la verità è che il supporto a Volodymyr Zelensky, al di là della retorica, sta piano piano venendo meno».

Il pressing di Matteo Salvini per interrompere l’assistenza militare rischia di trovare ascolto?

«Temo di sì. Il leader leghista è ben abituato a dire una cosa e farne un’altra come stile di vita. Ma ormai vedo molto esitante tutto l’esecutivo. Sarebbe un tradimento verso l’Ucraina, nel suo momento più difficile».

Palazzo Chigi attende le elezioni di midterm negli Stati Uniti?

«Sono tutte scuse. Di questo passo diranno che vogliono aspettare le nostre Politiche. Se anche le elezioni di metà mandato dovessero andare bene per i democratici, Trump rimarrà lì e continuerà a essere quello che è stato finora: un asset di Vladimir Putin».

Destra e sinistra in Italia chiedono un inviato unico europeo. Qual è la difficoltà?

«Ci sono due problemi. Il primo è che non è facile trovare l’intesa sul nome. Il secondo è che c’è il timore che un mediatore Ue sia emarginato nella discussione tra Putin e Trump».

Vedrebbe bene Meloni nel ruolo?

«Meglio che al governo. Se la premier del mio Paese fosse chiamata a un incarico internazionale così importante lo riterrei un fatto positivo. Ma da europeista convinto, vorrei che l’inviato fosse il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa».

In un’intervista a Repubblica Bettini ha proposto l’invio di armi difensive. Ha senso?

«L’avrebbe avuto solo nei primi mesi del conflitto, quando si cercava la de-escalation. Non ora che Putin bombarda sempre più in profondità. Bettini cerca di adattare ciò che è giusto a ciò che gli è utile».

Utile a che?

«Trovare un compromesso verbale tra Pd e M5s. Anche se non mi è chiaro a che titolo parli. Il problema non sono le parole, sono i fatti».

La convince di più chi evoca un sostegno militare legato a una roadmap?

«E cosa vorrebbe dire? Diamo una data alla resa di Kiev? Il dibattito nel campo largo è indegno e ipocrita. Gli ucraini sono i primi a voler la pace, ma non la sottomissione a Putin. Invece è quello che intende Bettini. E come lui una parte dell’elettorato del centrosinistra».

Infatti secondo un recente sondaggio Ipsos il 36% è a favore degli aiuti militari, il 38% contrario, il resto è indeciso. Non va considerato il sentiment?

«Chi governa o si candida a farlo dovrebbe essere in grado di prendere decisioni difficili. Se si seguisse il “sentiment”, dovremmo sciogliere il Parlamento vista la sfiducia nei confronti dei partiti».

Alla fine sul supporto militare l’avrà vinta Conte?

«Sì, proprio perché Conte è più bravo a rappresentare il sentiment.

Talmente bravo che quando il sentiment era pro-Salvini ci governava insieme».

Su Kiev non inciderà l’area moderata a sinistra?

«E chi potrebbe farlo? Alessandro Onorato è a tutti gli effetti un avatar di Bettini. Matteo Renzi non ci metterebbe mezzo secondo a convergere sulle posizioni di Conte. Anche perché ricordo che fino all’invasione era nel cda di una società russa. Credo siano più affidabili i riformisti del Pd».

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