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L’ultimo “zompo” sul carro, il ritorno di Di Pietro nella casa dei fratelli

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L’ex pm va a pranzo con Donzelli di FdI per farsi candidare al Csm: Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile, a partire dal linguaggio diretto e popolare
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Il pranzo con Donzelli per farsi votare al Csm e forse pure a sindaco di Milano è stato per Antonio Di Pietro molto più di una svolta politica, di una campagna elettorale, di un inciucio della destra berlusconiana con il suo carnefice, di un “pappa e ciccia” dei giustiziati e del giustiziere che ovviamente indigna Stefania Craxi e, nel retroscena dei pudori, fa arrossire Marina Berlusconi.

La verità è che Antonio Di Pietro sente che davvero Meloni potrebbe diventare un’epoca – “l’epoca Meloni” - e perciò dei Fratelli d’Italia si è scoperto il fratellone di tavola: uova di quaglia e vino rosso sovranisti, l’Italia dei saperi e dei sapori, l’Italia dei Valori. E la Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile e come fratello appunto, con quel suo dialetto storto e popolare: “il dipietrese” che è come “il melonese”. E infatti, spiega la Treccani, Di Pietro stesso lo ha definito “un linguaggio semplice con la caratteristica di non essere molto acculturato, ma che si fa capire”. Cert…

Il pranzo con Donzelli per farsi votare al Csm e forse pure a sindaco di Milano è stato per Antonio Di Pietro molto più di una svolta politica, di una campagna elettorale, di un inciucio della destra berlusconiana con il suo carnefice, di un “pappa e ciccia” dei giustiziati e del giustiziere che ovviamente indigna Stefania Craxi e, nel retroscena dei pudori, fa arrossire Marina Berlusconi.

La verità è che Antonio Di Pietro sente che davvero Meloni potrebbe diventare un’epoca – “l’epoca Meloni” - e perciò dei Fratelli d’Italia si è scoperto il fratellone di tavola: uova di quaglia e vino rosso sovranisti, l’Italia dei saperi e dei sapori, l’Italia dei Valori. E la Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile e come fratello appunto, con quel suo dialetto storto e popolare: “il dipietrese” che è come “il melonese”. E infatti, spiega la Treccani, Di Pietro stesso lo ha definito “un linguaggio semplice con la caratteristica di non essere molto acculturato, ma che si fa capire”. Certo, anche negli anni del vaffa, Di Pietro diceva: “Io e Grillo siano complementari”. E nei tempi d’oro dell’Ulivo di Prodi, di cui fu ministro, ripeteva: “Non mi sento un ospite, sono uno di voi”.

Antonio Di Pietro è salito su tutti i carri politici sempre dicendo che erano gli altri a salire, anzi “ a zompare” sul suo: “sul mio carro sono zompati tutti. Si appiccicavano al mio nome come mosche”. Davvero però il dipietrese ha lo stesso significato del melonese, del codice sanguigno e appassionato dell'estrema destra italiana. Le parole di Meloni e di Di Pietro, tra gesti e scatti e riti, vengono spiritualizzate dalla lettera maiuscola, dalle esclamazioni, dai Valori appunto: “Vivono di ricordi altrui" diceva Longanesi. E certo i due fisicamente non si somigliano, ma la fisiognomica li avvicina. Le mossette e le occhiatine, gli urli, i silenzi e le risatine che sono il meglio di lei sono anche il meglio di lui, che strabuzza gli occhi, parla con le mani, agita i pugni, come nella memorabile imitazione di Corrado Guzzanti che, deformandolo, ce lo svelò: “È come quando giochi a carte e tieni coppe in mano e vince coppe, ma poi quando tocca a te, quello dice: no, mo’ comanda spade…: e il cittadino? Qui stiamo sempre a tagliare il salame con il cucchiaino, ad acchiappà lo scarpaglione con la cerbottana”. E ancora ditemi se non avrebbe potuto anche lui nascondere la faccia sotto la giacca, come fece lei quella famosa volta alla Camera quando si mise a mimare la simpatia istituzionale che nessuno dei due riesce a suscitare e finì sulla prima pagina del Wall Street Journal.

Ecco perché il pranzo con Donzelli ci racconta che l’uomo di Mani Pulite è ormai l’uomo della tavolata politica popolare e sanguigna, non della ristorazione con il sugo di camorra alla Delmastro e neppure delle liaisons dangereuses alla vongola sgusciata di Ranucci e Lavitola. Nell’opera buffa italiana, la tavola per Di Pietro supera il “se magna” del forchettone democristiano, e diventa senza neppure dirlo, la congiura dei sapori tipici, dei valori da proteggere e da conservare, dell’olio extravergine d'oliva, del vino, del grano e dell’orzo del Molise, ma anche dei faldoni sui misteri di Tangentopoli che di tanto in tanto dice di custodisce a Montenero di Bisaccia: “Io e mia figlia vorremmo dare fuoco all’archivio. Mia moglie e mio figlio Antonino lo vogliono tenere”. C’è lo strapaese dell’Italietta nel Di Pietro che racconta al collega Vittorio Zincone: “La ventricina è un salame che faccio io” e poi gli spiega come ammazza i maiali: “Ora non più, perché non li si fa soffrire, ma quando mio padre me lo faceva fare per educarmi…”. Alla fine, Di Pietro fornisce il rosso buono a Lollo che crede che l’acqua ubriachi più del vino. È la risposta di destra allo slow food di Petrini. E il molisano è il fratellone del romanesco. Da un lato c’è dunque Meo Patacca che affrontava li turchi, con er fidato Fazzolari, l’”Anvedi” Rampelli, er Rugantino, la parlata strascicata di Giorgia e di tutta Chigi , “l’italiano sfatto”, come diceva Moravia, quello delle interiezioni, “daje” alla fine di ogni frase e “stacce”, “stai manzo”, “m’arimabarza”, “t’accolli”, Gnecco er Matriciano e ovviamente Arianna, moglie e sorella romanaccia. E dall’altro lato c’è l’inno scritto da Fred Bongusto nel 1974: “Molise, puozz’ ess’ accise’ / nun penzà che è nu suonno pecché vivo lontano / Nun penzà che la colpa è du vino che è buono”.

Ha detto Di Pietro:“ Io sono sempre vissuto col pensiero che sarei tornato nella mia masseria molisana per sdraiarmi sulla terra a guardare le stelle, come faceva mio padre. Vivo questa fase della mia vita con la voglia di tornare alle origini”. Ecco, Di Pietro è tornato alle origini, alla casa dei fratelli.

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