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Effetto referendum sul Csm: la guida torna al centrosinistra

La riunione del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura

 

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La composizione del consiglio cambia colore. E ora il vicepresidente sarà espressione delle correnti vicine all’opposizione
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ROMA – È il Consiglio superiore che si rialza in piedi e sfonda a sinistra per respingere gli assalti della maggioranza di governo. Ma anche quello che, in termini assoluti, porta a casa un bottino comunque notevole di voti (quasi 4mila) targati destra e moderati. Un Csm che è senz’altro figlio del no al referendum e di una ritrovata alleanza col Paese. Ma anche quello che riapre le porte al giudice ed ex sottosegretario Cosimo Ferri, protagonista di una pagina tra le più opache della magistratura italiana, lo scandalo Palamara.

Chiusa anche l’ultima giornata di conti e ripescaggi sull’elezione dei 20 magistrati consiglieri a Palazzo Bachelet, muta di poco l’attribuzione dei seggi, ma non il segno di una stagione giudiziaria che cambia. Sicché sarà difficile non immaginare un vicepresidente di centrosinistra di fronte al nuovo blocco progressista dei togati, che si insedierà a Palazzo Bachelet, e chissà tra quanti mesi, elezioni anticipate permettendo.

Sono 10, la metà esatta, le togh…

ROMA – È il Consiglio superiore che si rialza in piedi e sfonda a sinistra per respingere gli assalti della maggioranza di governo. Ma anche quello che, in termini assoluti, porta a casa un bottino comunque notevole di voti (quasi 4mila) targati destra e moderati. Un Csm che è senz’altro figlio del no al referendum e di una ritrovata alleanza col Paese. Ma anche quello che riapre le porte al giudice ed ex sottosegretario Cosimo Ferri, protagonista di una pagina tra le più opache della magistratura italiana, lo scandalo Palamara.

Chiusa anche l’ultima giornata di conti e ripescaggi sull’elezione dei 20 magistrati consiglieri a Palazzo Bachelet, muta di poco l’attribuzione dei seggi, ma non il segno di una stagione giudiziaria che cambia. Sicché sarà difficile non immaginare un vicepresidente di centrosinistra di fronte al nuovo blocco progressista dei togati, che si insedierà a Palazzo Bachelet, e chissà tra quanti mesi, elezioni anticipate permettendo.

Sono 10, la metà esatta, le toghe più o meno “rosse” (6 di Area, 4 arrivano dall’alleanza tra Autogoverno diffuso e Magistratura democratica). E mentre passano da 4 a 5 seggi i centristi di Unicost (che brindano al nuovo ripescato, il giudice leccese Filippo Di Todaro, a danno della collega progressista Cristina Ornano, che si vede depennata, e impugna il risultato), slitta addirittura in terza posizione (con soli 4 seggi invece dei 7 su cui contava oggi) il potente correntone di Magistratura indipendente, vicino alla destra meloniana. Il gruppo che tra la linea più rigorosa di Giuseppe Tango al vertice di Anm, le mediazione dell’attuale segretario D’Amato, lo strappo di Galloppi e la guerra parallela di Ferri, è sfiancato dall’interno. Soffiano infatti venti di vendetta, c’è chi teme scissioni.

«Identità e contaminazione, questo è il mix del nuovo Csm – ragiona Nello Rossi, leader storico di Md, il direttore di Questione Giustizia –. Va detto che dopo la vittoria del no nel referendum e il rifiuto del mortificante sistema del sorteggio, era forte l’esigenza di dimostrare la superiorità e la validità di elezioni aperte e combattute. E a me pare che la sfida sia stata vinta perché c’è stato un confronto vero tra persone e programmi diversi». Quanto all’elezione di Ferri, 562 voti complessivi per tutto il suo gruppo, per Rossi «l’esito attesta che c’è una piccola parte che non vuole voltare pagina rispetto a pratiche del passato. Ma è una parte marginale, in Consiglio non conterà nulla». Mentre per il professore Stefano Ceccanti, «c’è un problema a monte: il sistema elettorale è inadeguato. Invece di basarsi su un rapporto fiduciario coi singoli, privilegia i rapporti di forza. E qui la candidatura Ferri ha scompaginato i moderati, favorendo la sinistra».

Un voto su cui hanno certamente influito i giovani magistrati. Tra slanci, mobilitazione, anche timori, a guardare le aggressive esternazioni della destra su ogni verdetto sgradito. Sono state quasi 3mila le “matricole” alle urne. «Tanti di questi – sottolinea Giovanni Zaccaro, il leader di Area – erano tra coloro che nel dicembre 2024 ci spinsero tutti, gridando dalle “balconate” dell’aula in Cassazione, a una mobilitazione unitaria contro la riforma Nordio. Poi hanno visto che alcuni erano davvero motivati per il no, altri meno».

Ma attenzione, mette in guardia il professor Felice Giuffré, laico di destra del Csm uscente: «Non è tutto oro. Nella rete di Autogoverno, sorta intorno al collega Fontana e che si è federata con Md, convivono sensibilità plurali, non pienamente riconducibili alla sinistra giudiziaria. Sull’altro versante, la sconfitta di Mi è frutto soprattutto delle divisioni». E D’Amato, il suo leader, ammette: «Il risultato è deludente, ma i numeri confermano una forza: 1859 voti nei collegi dei giudicanti, rispetto ai 2115 del 2022, nonostante la lacerazione, dicono di un consenso diffuso». Chi festeggia è anche Unicost, dopo i tempi bui dell’hotel Champagne è riuscita nel sorpasso del vecchio big. Saranno l’ago della bilancia. E Michele Ciambellini, il presidente, è sollevato. «Stavamo sparendo. Dopo tanta fatica, abbiamo riparato il gruppo dalle fondamenta. Non siamo moderati nel senso imbelle. Ma neanche militanti. Però pronti a costruire».

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