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Piazze, il Viminale teme infiltrazioni. “I ragazzi non sono i nostri nemici”

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Allerta per future mobilitazioni e occupazioni. Il rischio è che gruppi organizzati trascinino i giovanissimi negli scontri
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Il sistema di sicurezza ha tenuto. Gli scontri sono stati contenuti, i cortei si sono svolti senza incidenti gravi e il primo bilancio del fine settimana, al Viminale, è considerato positivo. Ma nessuno pensa che sia finita. Anzi. Perché proprio quello che è accaduto nelle piazze ha confermato il rischio sul quale da giorni lavorano l’intelligence e la Polizia di prevenzione: il tentativo dei «professionisti degli scontri» di infiltrarsi nelle manifestazioni pacifiche degli studenti, sfruttando proteste legittime per cercare lo scontro con le forze dell’ordine. E soprattutto provando a coinvolgere i più giovani in una violenza che non appartiene alle ragioni della loro mobilitazione.

Qualche segnale è arrivato proprio durante il fine settimana. A Roma, in particolare, è stata registrata la presenza di gruppi organizzati estranei alla mobilitazione studentesca, arrivati con obiettivi diversi da quelli dei ragazzi che manifestavano. Hanno provato a inserirsi nei cortei, a sfruttarne i n…

Il sistema di sicurezza ha tenuto. Gli scontri sono stati contenuti, i cortei si sono svolti senza incidenti gravi e il primo bilancio del fine settimana, al Viminale, è considerato positivo. Ma nessuno pensa che sia finita. Anzi. Perché proprio quello che è accaduto nelle piazze ha confermato il rischio sul quale da giorni lavorano l’intelligence e la Polizia di prevenzione: il tentativo dei «professionisti degli scontri» di infiltrarsi nelle manifestazioni pacifiche degli studenti, sfruttando proteste legittime per cercare lo scontro con le forze dell’ordine. E soprattutto provando a coinvolgere i più giovani in una violenza che non appartiene alle ragioni della loro mobilitazione.

Qualche segnale è arrivato proprio durante il fine settimana. A Roma, in particolare, è stata registrata la presenza di gruppi organizzati estranei alla mobilitazione studentesca, arrivati con obiettivi diversi da quelli dei ragazzi che manifestavano. Hanno provato a inserirsi nei cortei, a sfruttarne i numeri e la visibilità. Senza riuscire però a provocare gli incidenti temuti, anche grazie alla gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine e dell’Usb, il sindacato che aveva chiamato alla mobilitazione. Un risultato importante, che tuttavia non cancella la preoccupazione per quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane.

Anche perché le manifestazioni non si fermano. Il prossimo appuntamento è già fissato per sabato 7 novembre a Torino, dove alle 15 partirà da piazza Castello un corteo annunciato sui social dal coordinamento «Torino in piazza», una delle realtà nate dopo il 17 ottobre. Una mobilitazione sulla quale si concentra l’attenzione degli apparati di sicurezza, anche per il ruolo dell’area di Askatasuna. Ma è soprattutto quello che si muove intorno alle manifestazioni a preoccupare gli investigatori. Perché accanto ai movimenti politici e studenteschi esiste una galassia di gruppi informali, spesso senza appartenenze ideologiche, che si ritrovano sui social e nelle chat e per i quali la violenza rischia di diventare una forma di aggregazione. Ragazzi che scendono in piazza non necessariamente per rivendicare qualcosa, ma per partecipare agli scontri. Ed è proprio su questo mondo che i gruppi organizzati potrebbero tentare di esercitare la propria influenza, intercettando la rabbia. Per questo alcune chat sono sotto osservazione, alla ricerca di eventuali tentativi di reclutamento.

L’altra grande preoccupazione riguarda la stagione delle occupazioni scolastiche. Un appuntamento tradizionale della protesta studentesca che quest’anno arriva in un clima particolarmente delicato. «I ragazzi non possono mai essere nostri nemici» ha detto il capo della Polizia, Vittorio Pisani. Il timore è che le tensioni all’interno delle scuole possano offrire nuove occasioni a chi cerca di radicalizzare lo scontro, trascinando anche ragazzi che nulla hanno a che fare con i gruppi violenti. Da qui un’indicazione precisa: evitare il più possibile il conflitto con gli studenti. Gestire le occupazioni, tollerarle quando non ci sono situazioni di pericolo, privilegiare il dialogo e la mediazione. Non trasformare una protesta scolastica in una questione di ordine pubblico.

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