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Hacker dei frigoriferi, multe a chi non si difende: “Ma da noi pochi danni”

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Riunione a Palazzo Chigi: “Massima allerta”. Si indaga su un’utenza indiana ma le piste principali restano due: russa o iraniana
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Per mandare in tilt i frigoriferi di un supermercato, mettere a rischio tonnellate di alimenti e creare un problema di sicurezza nazionale può bastare un software che nessuno si è preoccupato di aggiornare. È questa la lezione degli attacchi hacker che hanno colpito frigoriferi e congelatori di mezza Europa. E che ha portato a una conclusione: non basta più difendere le aziende, bisogna cominciare a sanzionare quelle che non si difendono. Perché la situazione è sotto controllo, l’allerta resta alta ma non c’è un allarme per i consumatori. Il vero problema è un altro: la fragilità informatica dei privati, anche quando gestiscono servizi essenziali. Sistemi obsoleti, investimenti insufficienti, una cultura della sicurezza ancora troppo debole. È questo il quadro emerso dai vertici di ieri a Palazzo Chigi e all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Con una novità: la volontà di cominciare a multare le aziende che non rispettano gli obblighi di protezione. Perché non può essere sempre …

Per mandare in tilt i frigoriferi di un supermercato, mettere a rischio tonnellate di alimenti e creare un problema di sicurezza nazionale può bastare un software che nessuno si è preoccupato di aggiornare. È questa la lezione degli attacchi hacker che hanno colpito frigoriferi e congelatori di mezza Europa. E che ha portato a una conclusione: non basta più difendere le aziende, bisogna cominciare a sanzionare quelle che non si difendono. Perché la situazione è sotto controllo, l’allerta resta alta ma non c’è un allarme per i consumatori. Il vero problema è un altro: la fragilità informatica dei privati, anche quando gestiscono servizi essenziali. Sistemi obsoleti, investimenti insufficienti, una cultura della sicurezza ancora troppo debole. È questo il quadro emerso dai vertici di ieri a Palazzo Chigi e all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Con una novità: la volontà di cominciare a multare le aziende che non rispettano gli obblighi di protezione. Perché non può essere sempre lo Stato a intervenire quando un privato lascia aperta la porta agli hacker.

La ricostruzione degli attacchi è infatti sempre più chiara. All’origine c’è una vulnerabilità nei sistemi riconducibili a Danfoss, la multinazionale che fornisce tecnologie per la refrigerazione usate in tutta Europa. Una falla legata al mancato aggiornamento di un software, che ha consentito agli hacker di intervenire da remoto sugli impianti. I primi segnali erano arrivati quasi un mese fa dalla Francia. Ma, secondo quanto risulta a Repubblica, i servizi francesi non avevano trasmesso alcuna segnalazione ai colleghi europei. Un mancato scambio di informazioni che ha impedito di intervenire tempestivamente. In Italia gli attacchi hanno interessato la Siaf, società di ristorazione toscana, l’emiliana Valpizza e alcuni supermercati a marchio Coop in Sicilia. Secondo fonti di governo, sono otto in tutto i punti vendita colpiti. Da Palazzo Chigi si cerca di smorzare la tensione. «Nessun allarme, ma massima allerta», è la linea del governo. In una nota, la presidenza del Consiglio definisce l’impatto degli attacchi «fortemente limitato», circoscritto a esercizi commerciali con sistemi di sicurezza obsoleti. Il punto, però, è proprio questo: nessuno degli otto supermercati colpiti disponeva di protezioni adeguate agli standard europei. Ed è su questo che l’Acn vuole cambiare passo. Non solo sensibilizzazione e assistenza tecnica, ma anche le prime sanzioni nei confronti di aziende soggette agli obblighi che continuano a non adeguarsi. Resta la domanda più delicata: chi c’è dietro? Su questo le intelligence europee stanno lavorando e, secondo quanto risulta a Repubblica, l’unico elemento tecnico finora individuato per risalire agli attaccanti sarebbe un’utenza indiana. Che può significare tutto. Oppure niente. Un punto di partenza, certamente non una prova sull’origine dell’operazione.

La pista russa resta possibile, ma non è considerata al momento la più probabile. Le modalità dell’attacco presentano infatti differenze rispetto ad alcune delle operazioni attribuite negli ultimi tempi a gruppi hacker legati a Mosca. A cominciare dall’assenza di una richiesta di riscatto, utilizzata in altri casi anche per confondere le tracce e nascondere le reali finalità dell’azione. Alcuni siti specializzati hanno invece evocato una possibile matrice iraniana. Un’ipotesi ancora tutta da verificare, che si inserisce però in un quadro di attenzione delle intelligence verso le operazioni di influenza e destabilizzazione riconducibili anche ad ambienti dell’Islam politico. L’unico a prendere pubblicamente le distanze dalla pista russa è Matteo Salvini: «Ci stanno lavorando i servizi segreti, ma se domani piovesse non sarà colpa dei russi» .

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