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Alluvione Firenze, Mattarella: “Dai giovani una lezione per un mondo migliore”

Il capo dello Stato nel capoluogo toscano per ricordare il grave evento del 1966
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Gli angeli del fango nella Firenze del novembre 1966 sono nella memoria collettiva. La meglio gioventù, come da film di Marco Tullio Giordana. Ma qual è la lezione per l’oggi? Cosa possiamo imparare da quella straordinaria mobilitazione che sorse dopo l’alluvione? Uomini, donne, e soprattutto giovani giunti da ogni dove per dare una mano, spalando i detriti dalle strade.

Le domande percorrono tutto il discorso di Sergio Mattarella, nel sessantesimo anniversario dello straripamento dell’Arno celebrato a palazzo Vecchio, nella sala degli affreschi del Vasari. Un posto unico al mondo. Clima commosso. Grande calore per Mattarella, accolto al suo ingresso da una standing ovation. Tutti si alzano in piedi, mentre, a fine cerimonia, si presenta sul palco, nello sventolio delle bandiere di tutto il mondo da parte dei bambini. Dice: “Una società fondata sul primato della persona non può non considerare come impegno comune la protezione dell’ambiente e la sicurezza delle comunità a fronte delle…

Gli angeli del fango nella Firenze del novembre 1966 sono nella memoria collettiva. La meglio gioventù, come da film di Marco Tullio Giordana. Ma qual è la lezione per l’oggi? Cosa possiamo imparare da quella straordinaria mobilitazione che sorse dopo l’alluvione? Uomini, donne, e soprattutto giovani giunti da ogni dove per dare una mano, spalando i detriti dalle strade.

Le domande percorrono tutto il discorso di Sergio Mattarella, nel sessantesimo anniversario dello straripamento dell’Arno celebrato a palazzo Vecchio, nella sala degli affreschi del Vasari. Un posto unico al mondo. Clima commosso. Grande calore per Mattarella, accolto al suo ingresso da una standing ovation. Tutti si alzano in piedi, mentre, a fine cerimonia, si presenta sul palco, nello sventolio delle bandiere di tutto il mondo da parte dei bambini. Dice: “Una società fondata sul primato della persona non può non considerare come impegno comune la protezione dell’ambiente e la sicurezza delle comunità a fronte delle catastrofi. Una sfida, ma anche un dovere per le istituzioni”.

L’altro tema è il senso della comunità che quella storia rivela. “L’intera società ricevette una nuova spinta. Si prese coscienza della nostra vulnerabilità, della necessaria tutela dei territori e dei fragili equilibri dell’ambiente”.

Il 1966 è già dentro il Sessantotto italiano. Le università sono occupate. Anche in città piccole come Pisa e Trento impazza la rivolta. Una nuova generazione reclama spazi, diritti, democrazia nella pubblica istruzione ancora governata dai baroni. Poi arriva la pioggia oceanica. L’Arno esonda. È la notte tra il 3 e il 4 novembre. Le strade diventano fiumi. L’acqua arriva a sfiorare i quattro metri di altezza. Si teme per Ponte Vecchio. Ci sono morti, feriti. Alla fine si conteranno trentacinque vittime. Gli studenti, grazie alle immagini in bianco e nero della Rai, accorrono spontaneamente, senza nessuna cartolina precetto, perché ripulire Firenze è parte della rivolta. Era giovane anche Mattarella allora, 25 anni. Un cattolico impegnato. “Una storia – dice adesso – che ha contribuito alla stessa idea di Italia”.

Infatti, “avrebbero potuto prevalere lo sconforto e la sfiducia. Avrebbero potuto, la paura paralizzare ogni reazione. Sarebbe potuta, l’organizzazione civile sprofondare nel disordine a causa dell’inesperienza di fronte a calamità di simili gigantesche dimensioni. Così non è stato. Firenze curò le ferite e tornò se stessa”.

I fiorentini seppero fare squadra, ecco la lezione.

E i giovani si rifiutarono di “accettare l’inerzia degli eventi”. Mentre salvavano i libri della biblioteca nazionale, mettevano in sicurezza le opere d’arte degli Uffizi, della Basilica di Santa Croce, del Battistero di san Giovanni, del museo archeologico e di quello del Bargello si mescolavano alla gente di Firenze, e “poi, alla sera, affaticati e infangati cantavano insieme, si conoscevano e scoprivano di essere molto più vicini di quanto non dicessero i luoghi da cui erano partiti”.

Ed è la seconda lezione.

La sindaca Sara Funaro ha rievocato il senso di quella solidarietà, ricordando il crocefisso di Cimabue sfregiato, e il milione e trecento mila libri, giornali, manoscritti rovinati.

Ci sono i sindaci col tricolore, i paesi limitrofi lamentarono diciassette morti. Mattarella li saluta ad uno ad uno. C’è il presidente Giani, ci sono anche gli ex primi cittadini, Nardella e Renzi. Due angeli del fango raccontano il loro impegno. “Firenze patria morale degli italiani”, la definisce nella sua lectio magistralis lo scrittore e giornalista Aldo Cazzullo. “Quelle ragazze e ragazzi accorsero perché sentivano di dover restituire qualcosa a Firenze”. Cazzullo ha ricordato Dante, ma anche il peculiare carattere dei fiorentini, mischiando sapientemente i generi, la Divina commedia e lo striscione sfottò della Fiesole a Vlahovic.

Quindi per Mattarella la mobilitazione del novembre 1966 è “una lezione e un insegnamento che non dobbiamo dimenticate”. Infatti “i testimoni di allora ci parlano per tenerci vigili, per ricordare la comune responsabilità di futuro”. Mattarella cita un sindaco gli è caro, Giorgio La Pira. Ma anche Piero Bargellini, il primo cittadino molto amato del ’66 che per giorni spalò con gli stivali ai piedi. In definitiva, unità del Paese, e presupposto per una civiltà più avanzata: questo rivelò l’impegno spontaneo. Non a caso è inciso nella biografia della nazione.

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