Il precedente che ha fatto scuola risale allo scorso 23 ottobre. A Istanbul viene convocato un vertice ministeriale in un formato di livello e alta densità geopolitica: E3 (Francia, Germania e Regno Unito) e R4 (Turchia, Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto). In un primo momento l’Italia è fuori, ignorata. Dopo una mobilitazione diplomatica intensa e affannosa, e soprattutto dopo alcuni passi decisi mossi da Palazzo Chigi e Farnesina direttamente su Erdogan e sul suo ministro degli Esteri. Il pressing sul Sultano ha effetto e Roma viene aggiunta all’elenco. Antonio Tajani vola in terra turca. Nel frattempo, scavando, viene fuori che è soprattutto Parigi ad aver lavorato all’esclusione.
Quella di Istanbul è l’avvisaglia diplomatica che in parte anticipa quanto accaduto ieri, quando i big continentali hanno reso pubblico un calendario serrato per il tavolo negoziale con Kiev : oggi, a Bruxelles, si terrà un vertice con Usa, E3, Nato, Ucraina, Consiglio europeo e Banca mondiale, domani seg…
Il precedente che ha fatto scuola risale allo scorso 23 ottobre. A Istanbul viene convocato un vertice ministeriale in un formato di livello e alta densità geopolitica: E3 (Francia, Germania e Regno Unito) e R4 (Turchia, Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto). In un primo momento l’Italia è fuori, ignorata. Dopo una mobilitazione diplomatica intensa e affannosa, e soprattutto dopo alcuni passi decisi mossi da Palazzo Chigi e Farnesina direttamente su Erdogan e sul suo ministro degli Esteri. Il pressing sul Sultano ha effetto e Roma viene aggiunta all’elenco. Antonio Tajani vola in terra turca. Nel frattempo, scavando, viene fuori che è soprattutto Parigi ad aver lavorato all’esclusione.
Quella di Istanbul è l’avvisaglia diplomatica che in parte anticipa quanto accaduto ieri, quando i big continentali hanno reso pubblico un calendario serrato per il tavolo negoziale con Kiev : oggi, a Bruxelles, si terrà un vertice con Usa, E3, Nato, Ucraina, Consiglio europeo e Banca mondiale, domani seguirà un summit ristretto tra Alleanza atlantica, Stati Uniti ed E3. Roma, di nuovo, non è in lista. E stavolta non decide Erdogan, ma risultano decisivi Parigi, Berlino e Londra. La ragione dell’esclusione, secondo quanto rimbalza da fonti diplomatiche delle cancellerie interessate, viene fatta risalire alla sensibilità italiana sul dossier ucraino: il sostegno militare ed economico a Kiev, oltre all’atteggiamento a dir poco gelido rispetto all’opzione di impegnare militari nell’operazione dei Volenterosi. Infine, le relazioni altalenanti dell’Italia con Trump.
Certo, queste letture non tengono conto di un dato: la presenza al tavolo di Bruxelles del delegato del Consiglio europeo consente a Meloni di poter sostenere che la linea portata avanti dall’Italia sulla necessità di far rappresentare il continente dai vertici delle istituzioni Ue - dunque da Antonio Costa - viene assecondata. Resta però il frutto politico avvelenato del conflitto a bassa intensità con Parigi. E pesa la difficoltà politica di trovare un posizionamento accettabile in una fase tanto delicata. Alla premier rimane a disposizione il formato E5, quello allargato a Roma e Varsavia: Merz ha convocato una riunione a Berlino per il prossimo 19 novembre - all’indomani del possibile vertice tra Trump, Xi e Putin in Cina - e Meloni dovrebbe partecipare. La riserva non è ancora sciolta, ma i danni di un eventuale rifiuto sarebbero difficilmente gestibili, soprattutto considerato il gelo con l’E3 e l’atteggiamento della Casa Bianca, non più la sponda di un tempo.
Trump, appunto: con lui, Meloni non parla da tempo. E certo la presidente del Consiglio non si è messa a cercare un contatto proprio adesso, a ridosso di midterm che si candidano a stravolgere gli equilibri del mondo. La premier si tiene da mesi a distanza di sicurezza e si affida piuttosto alla mediazione di chi accompagna – e prova a contenere - il tycoon: l’ambasciatore in Italia Tilman J. Fertitta, il segretario di Stato Marco Rubio, il vicepresidente J. D. Vance. Semmai, mentre si attende l’esito di un voto fondamentale anche per l’Europa, a Palazzo Chigi si mescolano due sentimenti, che sono poi gli stessi condivisi dalla quasi totalità delle cancellerie occidentali. Il primo, scontato: la speranza che le urne ridimensionino il Presidente Usa in modo da ridurre i danni inflitti agli alleati. Il secondo: il timore che una sconfitta determini reazioni scomposte, anzi, pericolose. A partire da un conflitto in Iran e da uno shock petrolifero mondiale.
È lo scenario peggiore a ridosso delle Politiche che dovrebbero tenersi in primavera. Ecco perché la linea della presidente del Consiglio si può sintetizzare così: parliamo di Nato più che di Stati Uniti, mostriamoci saldamente nell’Alleanza invece di inseguire Trump. L’Alleanza come scudo obbligato per l’Italia. Ovvio, se non fosse che Roma non sarà rappresentata oggi all’incontro di Bruxelles.