Pregliasco: “Dalle midterm una lezione per il campo largo: economia al centro e candidati credibili”
di Matteo PucciarelliLorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend e analista politico, si aspettava una sconfitta di queste proporzioni per Donald Trump e i repubblicani?
«Direi che il risultato è andato oltre le aspettative, che pure erano molto positive per i democratici. C'era una certa sfiducia nei confronti dei sondaggi: molti vedevano dati favorevoli ai democratici, ma si chiedevano se poi quelle previsioni si sarebbero effettivamente realizzate. Una sorta di scottatura legata alle precedenti elezioni americane, nelle quali il fenomeno Trump era stato sottostimato. Stavolta, invece, le previsioni erano nella direzione giusta, anzi in alcuni casi si sono rivelate persino troppo timide. Io per primo non immaginavo un esito così netto, benché diversi segnali fossero già nell'aria: dallo spostamento dei giovani al collasso della coalizione elettorale repubblicana in Stati tradizionalmente conservatori come il Texas e il Kansas. Erano fenomeni che i sondaggi avevano in qualche modo misurato e anticipato».
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Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend e analista politico, si aspettava una sconfitta di queste proporzioni per Donald Trump e i repubblicani?
«Direi che il risultato è andato oltre le aspettative, che pure erano molto positive per i democratici. C'era una certa sfiducia nei confronti dei sondaggi: molti vedevano dati favorevoli ai democratici, ma si chiedevano se poi quelle previsioni si sarebbero effettivamente realizzate. Una sorta di scottatura legata alle precedenti elezioni americane, nelle quali il fenomeno Trump era stato sottostimato. Stavolta, invece, le previsioni erano nella direzione giusta, anzi in alcuni casi si sono rivelate persino troppo timide. Io per primo non immaginavo un esito così netto, benché diversi segnali fossero già nell'aria: dallo spostamento dei giovani al collasso della coalizione elettorale repubblicana in Stati tradizionalmente conservatori come il Texas e il Kansas. Erano fenomeni che i sondaggi avevano in qualche modo misurato e anticipato».
La radicalità di alcuni candidati democratici non sembra aver rappresentato un ostacolo, anzi in alcuni casi potrebbe aver favorito il partito. È una novità rispetto alla politica americana e, più in generale, a quella occidentale degli ultimi anni?
«Il punto è che il risultato dei democratici è stato così largamente positivo, in contesti tanto diversi e con candidati così differenti tra loro, da non consegnarci un modello unico di candidato vincente. Hanno vinto progressisti e moderati, giovani e meno giovani, candidati populisti e figure più istituzionali, personalità dirompenti e altre più legate alla continuità. Le proporzioni di quello che molti americani hanno definito un ripudio dell'agenda di Trump sono tali da non permetterci di sostenere che abbia prevalso un profilo più radicale. Anzi, se guardiamo al caso molto visibile di El Sayed in Michigan, che vince con circa sette punti di vantaggio, dobbiamo considerare che in quello Stato lo spostamento dell'elettorato verso i democratici è stato meno marcato rispetto a quanto accaduto con candidati più moderati, come Cooper in North Carolina o Hamilton in Kansas. Insomma, non c'è un segnale univoco: non vincono soltanto i candidati più radicali, progressisti o ideologicamente connotati».
Il centrosinistra italiano può trarre qualche lezione da questo voto? C'è qualcosa che potrebbe importare nel nostro Paese?
«La prima lezione è proprio quella di non trarre lezioni troppo automatiche dal voto americano. Parliamo di un altro sistema politico, con altri partiti e mille differenze rispetto al nostro. Non bisogna innamorarsi dell'onda blu, così come sarebbe stato incauto per il centrodestra italiano pensare, due anni fa, che l'onda trumpiana fosse inevitabile e inarrestabile. Detto questo, alcuni elementi di fondo ci sono. Il primo è che l'economia conta, il disagio economico e sociale delle persone conta, l'inflazione conta. Oggi queste dinamiche hanno favorito i democratici, ma due anni fa erano state le stesse a premiare Trump. L'inflazione danneggia moltissimo chi governa, chi detiene il potere. È un elemento che anche il centrosinistra italiano dovrebbe tenere presente».
Ma il malcontento economico basta a far vincere un'opposizione?
«No, ed è questa la differenza fondamentale. I democratici hanno saputo cogliere l'opportunità perché disponevano di buoni candidati, capaci di parlare agli elettori e di presentarsi in modo credibile. Il passaggio del voto da un partito all'altro, verso l'alternativa, non è mai automatico né scontato: bisogna conquistarselo. In diversi Stati americani i democratici ci sono riusciti grazie a candidati credibili. Per l'opposizione italiana questo passaggio è tutt'altro che scontato. Deve riuscire a conquistare il consenso di tanti elettori che oggi sono scettici o insoddisfatti della situazione economica e sociale del Paese».
Colpisce anche il ruolo dei grandi finanziatori. A partire da Elon Musk, molti imprenditori hanno investito enormi risorse sui repubblicani, ma il risultato sembra essere stato opposto a quello sperato. Lo stesso vale per alcune campagne dell'Aipac, a sostegno di candidati sia democratici sia repubblicani. Il denaro conta meno di prima?
«I finanziamenti incidono sulla politica americana, naturalmente, ma non sono quasi mai l'unico fattore determinante. In queste elezioni di midterm c'era un gigantesco squilibrio finanziario a favore dei repubblicani, soprattutto attraverso i cosiddetti "Super Pac", comitati finanziati da grandi donatori che non sono sottoposti agli stessi limiti previsti per i finanziamenti diretti ai candidati. Colpisce quindi che, nonostante questo enorme vantaggio economico, i repubblicani siano andati incontro a una delle sconfitte più brucianti e umilianti degli ultimi decenni. Il denaro conta, ma non basta quando si determina un clima politico molto forte e netto. Ricordo, per esempio, il 2016: Trump spese meno della campagna di Hillary Clinton, eppure riuscì a vincere, per così dire, in trasferta. L'impatto del denaro sull'esito elettorale americano andrebbe quindi ridimensionato».
C'è anche una reazione contro il potere politico ed economico dei grandi imprenditori tecnologici?
«Credo di sì. Dentro questo voto vedo anche un ripudio dell'idea che si possa comprare il consenso, che i giganti della tecnologia possano agire senza essere sottoposti a regole. Lo si coglie, per esempio, nell'evidente fastidio verso il mondo dei data center e dell'intelligenza artificiale che emerge da molti risultati elettorali. In qualche modo è una piccola rivolta popolare, democratica ed elettorale, contro una nuova élite. Diversa da quella contro cui Trump si scagliava nel 2016, ma comunque percepita come un gruppo di potere che non rappresenta tutti gli americani».
E la destra italiana? Oggi sembra quasi che nessuno sia mai stato trumpiano, mentre fino a poco tempo fa molti consideravano Trump un modello politico vincente. Quale lezione dovrebbe trarne?
«Intanto è vero che oggi molti sembrano essersi dimenticati del trumpismo, sia nella politica sia fuori dalla politica. Due anni fa, dopo la vittoria di Trump, erano tutti lì a spiegarci che esisteva soltanto quel modello, che un certo mondo era finito e che bisognava fare i conti con una nuova realtà. Spesso anche con molto cinismo. E non parlo soltanto della politica, ma anche del mondo economico e dell'informazione. Molti di quelli che ci spiegavano queste cose oggi si ritrovano tra le mani un giocattolo rotto. Trump, naturalmente, resterà al potere ancora un paio d'anni, ma la sua capacità di rappresentare in maniera duratura gli Stati Uniti esce fortemente ridimensionata da questo voto. Altrimenti non si spiegherebbe un risultato così netto».
È finita l'idea che Trump abbia costruito un blocco sociale ed elettorale destinato a durare?
«La lezione fondamentale è che i cosiddetti riallineamenti elettorali, cioè gli spostamenti strutturali del voto, non sono necessariamente permanenti. Due anni fa si riteneva che Trump fosse riuscito ad assemblare un blocco sociale molto ampio, capace di tenere insieme gruppi differenti. È stato definito efficacemente il blocco della "multiracial working class", la classe lavoratrice multietnica. Si pensava che quella fosse una ricetta valida per sempre, una risposta definitiva al centrosinistra e al mondo progressista. I dati di oggi ci mostrano invece che proprio quei gruppi sociali che si erano spostati verso Trump, i giovani, soprattutto gli uomini, i latinos, gli elettori non bianchi con un basso titolo di studio, sono pronti a tornare verso i democratici se trovano un'offerta politica adeguata. Questo risultato ci dice che il disagio economico, la paura dell'inflazione e la fragilità sociale possono spostare queste fasce di elettorato molto più facilmente di quanto immaginiamo. Forse due anni fa non c'era stato soltanto un rifiuto culturale dei democratici da parte dei giovani e delle minoranze, ma anche un voto dettato dalla precarietà e dalle difficoltà economiche. È un elemento che la destra dovrebbe tenere assolutamente presente: il disagio sociale ed economico può modificare rapidamente gli equilibri elettorali, anche quelli che sembravano più consolidati».