A Roma, nel centrosinistra, i compleanni di Goffredo Bettini contano più di un congresso per capire dove tira il vento. È a uno di questi compleanni che maturarono le condizioni per l’alleanza tra Pd e Cinque Stelle, mentre in pubblico ancora se le davano di santa ragione. Siamo arrivati al compleanno numero 74, festeggiato dal guru della sinistra romana - che come i veri guru non ha cariche - in un posto con una lunga storia, la Villetta Social Lab a Garbatella. «Questa - sospira con una nota di nostalgia Bettini - era una delle sezioni più toste del Pci. Io devo tutto a quel partito: la mia formazione, quello che sono oggi. Naturalmente da allora è cambiato tutto, ma mi è rimasta questa impronta indelebile, come del resto è rimasta a Dario quella della Dc». Franceschini, alzando gli occhi dal piatto di lasagne, annuisce.
Sono venuti in tanti ad omaggiare Bettini. Si mangia all’aperto, il clima lo consente. E il festeggiato accoglie gli ospiti seduto all’ingresso, sgranocchiando pata…
A Roma, nel centrosinistra, i compleanni di Goffredo Bettini contano più di un congresso per capire dove tira il vento. È a uno di questi compleanni che maturarono le condizioni per l’alleanza tra Pd e Cinque Stelle, mentre in pubblico ancora se le davano di santa ragione. Siamo arrivati al compleanno numero 74, festeggiato dal guru della sinistra romana - che come i veri guru non ha cariche - in un posto con una lunga storia, la Villetta Social Lab a Garbatella. «Questa - sospira con una nota di nostalgia Bettini - era una delle sezioni più toste del Pci. Io devo tutto a quel partito: la mia formazione, quello che sono oggi. Naturalmente da allora è cambiato tutto, ma mi è rimasta questa impronta indelebile, come del resto è rimasta a Dario quella della Dc». Franceschini, alzando gli occhi dal piatto di lasagne, annuisce.
Sono venuti in tanti ad omaggiare Bettini. Si mangia all’aperto, il clima lo consente. E il festeggiato accoglie gli ospiti seduto all’ingresso, sgranocchiando patatine. C’è la fila e lui ha una parola per tutti, riceve e scarta regalini. L’ex diplomatico Giorgio Starace, ambasciatore a Mosca durante l’invasione dell’Ucraina, gli fa una dedica sul suo ultimo libro e aggiunge un sacchetto di foglie di thé. Arrivano vecchi compagni come Antonello Falomi, che stava anche lui nel Pci romano, e Bettini se lo abbraccia affettuoso: «Le nostre radici più profonde». La colonna di invitati in attesa di una parola si allunga fino alla porta di ingresso. Ecco Claudio Mancini, deus ex machina del Campidoglio, con il consigliere regionale Mario Ciarla. Arriva Giorgio La Malfa, accompagnato dalla figlia Claudia: «Sono amico con Goffredo da 50 anni, i suoi genitori erano repubblicani». Franceschini osserva la lunga fila e sorride: «È il bacio dell’anello papale». Ma attenzione, l’amarcord è solo una parte della festa, quella più in superficie. Bisogna avere pazienza e aspettare che finisca il pranzo, perché tutti sono arrivati per il discorso del festeggiato, che nel frattempo è stato raggiunto al tavolo da Giuseppe Conte, che gli regala una confezione di profumo (Eight& Bob), e tanti altri big, dai sindaci di Roma e Napoli, Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi, dal capogruppo del Pd in Europa, Nicola Zingaretti, a Dario Franceschini con Michela Di Biase, l’ex ministro Andrea Orlando, la coppia Francesco Rutelli e Barbara Palombelli, la presidente dell’auditorium di Roma, Claudia Mazzola. Rutelli, ex sindaco di Roma, lo inorgoglisce con una frase ad effetto: «Mi hai inventato tu!».
È arrivato il momento del discorso, l’incipit del festeggiato è malinconico: «Compio 74 anni e mi sono un pochino “incipressato”, nel senso che sono avviato verso i cipressi. Io mi sono sempre esposto in politica e non stato particolarmente amato, anzi spesso sono stato contestato. Ma ci sta. Voi amici che siete qui siete la mia comunità affettiva, il mio conforto umano». Poi arriva la politica e Bettini non fa mistero di considerare una sciagura le primarie: «Credo che alla fine si arriverà a farle, ma la mia “Rinascita” si appassionerà alle primarie molto poco, perché competere tra noi è un esercizio particolarmente diabolico, mentre l’obiettivo fondamentale è quello di vincere le elezioni. Questo sarebbe davvero il regalo più grande che mi possa dare l’anno nuovo, perché abbiamo una destra in Italia che può diventare un regime. Il mio invito allora è questo: non pestiamo ciascuno la propria mattonella, cerchiamo di alzare lo sguardo al destino del Paese».
Fin qui tutto nella norma, poi però Bettini svolge un ragionamento che qualcuno con malizia potrebbe anche interpretare come un invito a Schlein a lasciare libertà di voto alle primarie agli elettori dem: «A me è piaciuta molto l’espressione di Conte, quando ha detto che se qualcuno dei cinque stelle ritiene di votare anche un altro candidato per lui va bene, perché parliamo a un popolo mischiato. Ecco, mi piacerebbe che ciascuno dei candidati si esprimesse allo stesso modo».
Tra un brindisi e l’altro gli invitati si alzano, mentre i camerieri sparecchiano i piatti di carta riciclata. Franceschini offre a un capannello la sua lettura sul voto americano: «Io lo dissi lo scorso anno in un’intervista a Repubblica, l’appartenenza non conta più. Prima potevi candidare Prodi o Rutelli in quanto non Ds, oggi conta soltanto essere in sintonia con l’elettorato. Per questo Schlein ce la può fare. Basta però parlare di salario, chi usa più questa parola? Parli di stipendi e tutti capiranno, comunque sono cose lessicali che si possono correggere». Claudio Mancini è invece concentrato sulla data del voto: «Io non ce la vedo Meloni che ci fa votare in primavera, soprattutto se i sondaggi non sono buoni per lei». Comunque, se le cose andranno bene, al prossimo compleanno di Bettini tra questi invitati ci sarà mezzo governo.