ROMA – Per Giorgia Meloni, il compromesso possibile ha il volto rassicurante di Antonio Costa. La premier considera il presidente del Consiglio europeo l’unico nome spendibile per parlare a nome di tutte le anime dell’Unione con Vladimir Putin. E soprattutto, giudica l’individuazione di un emissario Ue la sola via d’uscita per Roma: priva del sostegno di Donald Trump, in freddo con Parigi e tenuta lontana dal tavolo che riunisce E3, Nato, ucraini e americani, non può che premere per la nomina di un mediatore. Di certo, sarebbe anche un segnale di compattezza e unità continentale.
A Costa scrive dunque la leader, nel giorno in cui il tycoon promette la pace in Ucraina: «Ci sarà un accordo e coinvolgerà anche l’Europa». Una missiva nella quale ripercorre le tappe dell’ultimo mese sul dossier ucraino. Ricorda l’incontro a Miami tra Nato, Stati Uniti e le principali capitali continentali (e senza l’Italia). E ancora: il vertice a Oslo, la chiamata del finlandese Stubb e del norvegese Stør…
ROMA – Per Giorgia Meloni, il compromesso possibile ha il volto rassicurante di Antonio Costa. La premier considera il presidente del Consiglio europeo l’unico nome spendibile per parlare a nome di tutte le anime dell’Unione con Vladimir Putin. E soprattutto, giudica l’individuazione di un emissario Ue la sola via d’uscita per Roma: priva del sostegno di Donald Trump, in freddo con Parigi e tenuta lontana dal tavolo che riunisce E3, Nato, ucraini e americani, non può che premere per la nomina di un mediatore. Di certo, sarebbe anche un segnale di compattezza e unità continentale.
A Costa scrive dunque la leader, nel giorno in cui il tycoon promette la pace in Ucraina: «Ci sarà un accordo e coinvolgerà anche l’Europa». Una missiva nella quale ripercorre le tappe dell’ultimo mese sul dossier ucraino. Ricorda l’incontro a Miami tra Nato, Stati Uniti e le principali capitali continentali (e senza l’Italia). E ancora: il vertice a Oslo, la chiamata del finlandese Stubb e del norvegese Støre allo Zar «a titolo nazionale». Quindi la riunione dei Volenterosi del prossimo 19 novembre e quella del 12 novembre nel “formato Berlino”. Infine, i colloqui a Bruxelles di queste ore: senza Roma, ma con gli E3, Ue e Usa, Ucraina e Alleanza atlantica. «Tutto questo ci sta rendendo poco credibili nella gestione di uno dei dossier più complicati». E restituendo «l’immagine di un’Europa che va in ordine sparso non facciamo altro che l’interesse di chi vuole che questa guerra continui». Strategia «inaccettabile», attacca.
La missiva serve dunque a lasciare «agli atti che non mi presto a questa dinamica, né intendo restare a guardare mentre si consuma». Non significa sfilarsi dal sostegno a Kiev, «mai fatto mancare, e non lo faremo domani». Né l’obiettivo è reclamare posti: «Se può rendere la mia richiesta più credibile, sono pronta a dire che non chiedo questo ruolo né per me, né per l’Italia». E però, conclude, «non siamo disposti ad accettare che si negozino, in assenza di un mandato, impegni che anche la nostra nazione sarà poi chiamata ad assumere».
Qualche settimana fa sulla stampa anglosassone era anche circolato, senza però conferme ufficiali, il nome della premier come una delle cinque opzioni per interloquire con Mosca. L’esito delle midterm Usa, comunque, ha bruciato questa possibilità: indebolito il tycoon, gli europei mai incoronerebbero l’italiana. E dunque, il profilo migliore su cui Meloni può insistere sembra proprio quello di Costa. Anche perché l’altro identikit naturale, l’Alta rappresentante alla politica estera Ue, Kaja Kallas, risulta difficilmente praticabile a causa del veto russo (è estone e i Paesi baltici sono in prima linea contro Mosca). Lei, comunque, sostiene la linea di Palazzo Chigi: «Sono d’accordo con Meloni sul fatto che non dovremmo parlare con voci diverse».
Adesso la presidente del Consiglio ha di fronte proprio il Consiglio europeo in Irlanda. Porrà lì la questione, con Costa che apre al dibattito: «Concordo con lei che l’Europa debba agire con coerenza, unità e determinazione. Dedicherò del tempo a questa discussione». In linea teorica, Meloni sarebbe anche disponibile a sostenere che siano gli E3 a guidare la mediazione (ben sapendo che altre capitali si potrebbero comunque mettere di traverso, bloccando l’operazione). In ogni caso, a Palazzo Chigi temono che Francia, Germania e Regno Unito abbiano già deciso di procedere in autonomia, senza farsi ingabbiare da un mandato dei Ventisette.
Nel frattempo, le midterm producono anche un altro effetto: il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, al Copasir il 10 novembre. Ieri ne ha parlato Guido Crosetto, che più ha spinto in questa direzione: «Per quanto mi riguarda il governo manterrà la linea che ha seguito in questi quattro anni». Posizione nota. Semmai, segno dei tempi è la battuta successiva. Chiedono al ministro della Difesa: si direbbe trumpiano? «Trump non lo conosco, non l’ho mai conosciuto».