✕

La resa di Altieri dopo l’arrocco, Meloni concorda l’addio per timore dello stallo

Il leghista fa sapere: rinunciai al ruolo nel partito. La premier sente Salvini: scegliamo noi. Ma alla fine prevale la paura del boomerang elettorale
2 minuti di lettura

L’arrocco di Trifone “Nuccio” Altieri si conclude a tarda sera. Molla, dopo aver pensato per tutto il giorno di resistere. Cede, dopo aver incassato almeno a parole la fiducia di palazzo Chigi. Non ha altra scelta, mancano le vie d’uscita. E manca la volontà di Giorgia Meloni di esporsi a lungo su un dossier, quello dell’anticorruzione, che potrebbe farle perdere consenso in campagna elettorale.

Eppure, Altieri aveva deciso di resistere. La strategia era tutta in una lettera che l’ex parlamentare conservava da due anni e due mesi in un cassetto. Una missiva del 27 settembre 2024 che lui stesso sollecitò al Carroccio quando capì che la nomina a responsabile Difesa del partito, ricevuta il 18 settembre 2024, avrebbe potuto compromettere la sua permanenza nel consiglio d’amministrazione di Leonardo. «Prendiamo atto della rinuncia all’incarico», metteva dunque nero su bianco il salviniano Armando Siri. E ancora: «La delibera di conferimento dell’incarico è da intendersi revocata a ogni ef…

L’arrocco di Trifone “Nuccio” Altieri si conclude a tarda sera. Molla, dopo aver pensato per tutto il giorno di resistere. Cede, dopo aver incassato almeno a parole la fiducia di palazzo Chigi. Non ha altra scelta, mancano le vie d’uscita. E manca la volontà di Giorgia Meloni di esporsi a lungo su un dossier, quello dell’anticorruzione, che potrebbe farle perdere consenso in campagna elettorale.

Eppure, Altieri aveva deciso di resistere. La strategia era tutta in una lettera che l’ex parlamentare conservava da due anni e due mesi in un cassetto. Una missiva del 27 settembre 2024 che lui stesso sollecitò al Carroccio quando capì che la nomina a responsabile Difesa del partito, ricevuta il 18 settembre 2024, avrebbe potuto compromettere la sua permanenza nel consiglio d’amministrazione di Leonardo. «Prendiamo atto della rinuncia all’incarico», metteva dunque nero su bianco il salviniano Armando Siri. E ancora: «La delibera di conferimento dell’incarico è da intendersi revocata a ogni effetto». Poche righe che costituivano la trincea del manager, che l’ex deputato pensava di trasferire alle commissioni parlamentari chiamate a ratificare il decreto di nomina licenziato dal consiglio dei ministri dell’altro ieri. Una strada senza un’apparente via d’uscita, ma che il dirigente valutava fino a sera di percorrere. Fino alla frenata arrivata da palazzo Chigi.

Se ci si limita alle dichiarazioni pubbliche della presidente del Consiglio, la battaglia sembrava tutta ancora da combattere. A Verona per una fiera, le domandano delle ragioni della nomina, lei reagisce secca e un po’ stizzita: «Cosa devo dire? Perché era nelle nostre competenze farlo». Ne discute al telefono anche con Matteo Salvini. Il vicepremier le anticipa l’esistenza della lettera di rinuncia del 2024 e aggiunge: c’è stato solo un problema di aggiornamento del sito, per questo l’informazione non era pubblica. Acrobazie, tentativi di rammendo. La linea però non cambia, nonostante l’appello serale del campo largo a fermarsi. Tanto che fonti di palazzo Chigi ribadiscono dopo cena di aver vagliato «preventivamente» la delibera e bollano come «insussistenti eventuali profili di incompatibilità».

In realtà, fin dal pomeriggio nessuno a palazzo Chigi scommette davvero sulla possibilità di portare a casa il risultato. Semmai, si promettono barricate in attesa di capire come uscire dall’impasse.

È l’arrocco, appunto. Con un copione che esporrebbe la maggioranza all’accusa di tenere in ostaggio l’autorità: il centrodestra che forza la mano e si presenta comunque in Parlamento, il centrosinistra che si oppone, lo stallo che diventa proroga di fatto e fino a nuovo contrordine. E questo nonostante il fatto che il presidente uscente, Giuseppe Busia, sia già scaduto da mesi. Il caso rischia insomma di bissare l’ormai annosa vicenda della presidenza della Rai, dove da anni i due poli non riescono a siglare un’intesa.

Per capire fino in fondo lo scontro in corso, però, è necessario tornare a qualche settimana fa. Prima di approvare il decreto per i vertici dell’Anac, un emissario di palazzo Chigi contatta gli ambasciatori del Partito democratico. Anticipa loro l’intenzione di affidare alla Lega la selezione del candidato alla guida dell’anticorruzione. E chiede al Nazareno – che a sua volta è in contatto con i cinquestelle – di indicare un paio di profili adatti all’incarico. Nasce da questa mediazione la promozione a consigliere Anac del generale di divisione della Guardia di Finanza, Ivano Maccani.

Secondo il Pd, i meloniani evitano però di anticipare l’identikit del prescelto per la presidenza. Secondo i meloniani, invece, dem e 5S «sono stati informati per le vie brevi e non hanno manifestato contrarietà o riserve». Quando la nomina diventa pubblica, la chat della segreteria di Elly Schlein si tinge di rabbia. A parlare è la responsabile per la legalità, Enza Rando. Bolla la decisione come «irresponsabile». Passano le ore, l’esecutivo mostra di non volersi fermare, ma nessuno dall’opposizione ancora minaccia lo stop in commissione. Lo fa soltanto nel primo pomeriggio di ieri Walter Verini. Non uno qualunque: è capogruppo del Pd in Antimafia e dialoga da sempre con la magistratura. «Quello del governo è un atto da bocciare. Le opposizioni insieme, unite, possono impedire che nomine di questo genere siano avallate». È il segnale. Di certo, la certificazione che non è possibile mostrare alcuna timidezza. I vertici del Pd si coordinano con il resto del campo largo e, a sera, viene diramata la nota congiunta. La partita è già finita. Meloni fa trapelare un’ultima difesa, poi Altieri si arrende.

Leggi i commenti