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Cassese: “Authority usate per piazzare ex politici, serve più indipendenza”

Sabino Cassese

 

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Il giurista, ex giudice della Consulta, boccia il governo sulla tentata nomina di Altieri: “Bastava aver letto la norma per l’Anac”
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La parola “pasticcio” non mi piace. E forse non rende. Ma una seria disattenzione, senz’altro». Stavolta persino il pacatissimo professor Sabino Cassese è costretto a bocciare il fallo del governo. Novantun anni portati con leggerezza, mail e whatsapp che pulsano di continuo, il giudice emerito della Corte Costituzionale e già ministro non può certo essere tacciato di avversione alla destra meloniana. Ma dopo l’ultima vicenda che ha costretto l’esecutivo al dietrofront – il caso scoppiato al vertice Anac, con il leghista Trifone “Nuccio” Altieri prima nominato e poi costretto a rinunciare perché incompatibile – il giurista non si sottrae a una riflessione sul rapporto tra politica e organi di vigilanza.

Professor Cassese, tra le Authority, non trova che l’Anticorruzione in particolare avesse bisogno di un profilo dì assoluto rigore e indipendenza?

«Ovvio. Ma è scritto, è molto chiara la norma al riguardo. La legge stabilisce che l’Autorità nazionale anticorruzione opera in posizione d…

La parola “pasticcio” non mi piace. E forse non rende. Ma una seria disattenzione, senz’altro». Stavolta persino il pacatissimo professor Sabino Cassese è costretto a bocciare il fallo del governo. Novantun anni portati con leggerezza, mail e whatsapp che pulsano di continuo, il giudice emerito della Corte Costituzionale e già ministro non può certo essere tacciato di avversione alla destra meloniana. Ma dopo l’ultima vicenda che ha costretto l’esecutivo al dietrofront – il caso scoppiato al vertice Anac, con il leghista Trifone “Nuccio” Altieri prima nominato e poi costretto a rinunciare perché incompatibile – il giurista non si sottrae a una riflessione sul rapporto tra politica e organi di vigilanza.

Professor Cassese, tra le Authority, non trova che l’Anticorruzione in particolare avesse bisogno di un profilo dì assoluto rigore e indipendenza?

«Ovvio. Ma è scritto, è molto chiara la norma al riguardo. La legge stabilisce che l’Autorità nazionale anticorruzione opera in posizione di indipendenza di giudizio e di valutazione e in piena autonomia. Basta rileggere cosa prescrive: “Il presidente e i componenti dell’Autorità non possono essere scelti tra persone che rivestono incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti politici o in organizzazioni sindacali o che abbiano rivestito tali incarichi e cariche nei tre anni precedenti la nomina e, in ogni caso, non devono avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità”».

Sono condizioni non superabili.

«Certamente non sono superabili il requisito di indipendenza, l’esclusione delle cariche politiche e sindacali anche nel triennio precedente, l’assenza di conflitti d’interessi. Inoltre, la legge prevede che sia necessaria una maggioranza parlamentare qualificata per la nomina e un mandato non rinnovabile».

E invece abbiamo visto com’è andata nel caso Altieri. Non l’ha sorpresa?

«Sì, c’è da stupirsi. Bastava conoscere la legge, o averla letta».

Professore, le Authority erano partite come fiore all’occhiello, e poi cos’é successo?

«Mi lasci fare una premessa noiosa, ma forse serve per capire. Le cosiddette Autorità amministrative indipendenti si diffondono in Italia dagli anni 90 del secolo scorso, sul modello delle “Indipendent regulatory agencies” americane, che si erano sviluppate in particolare dopo la grande crisi economica del 1929-1933, e durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt. La loro ragion d’essere sta proprio nella preoccupazione di assicurare un controllo nell’interesse pubblico, ma imparziale, in particolari settori: banche, assicurazioni, imprese produttrice di energia, e così via. L’obiettivo è anche quello di tutelare la politica, attribuendo la responsabilità ad un organismo tecnico. E a questo scopo sono previste, quando vi sono interventi del Parlamento, maggioranze speciali in modo che la scelta dei vertici possa essere by-partisan».

Questa è la storia, e la teoria. Oggi sono il porto sicuro per i fedelissimi e i ‘trombati’?

«Quello che lei indica è un problema che deriva dai modi di scelta della classe politica: purtroppo spesso composta da persone che non hanno una professione e non saprebbero dove andare, dopo aver ricoperto incarichi parlamentari o governativi. Per cui si cercano di sfruttare, da destra e da sinistra, posti di nomina governativa o parlamentare».

Ci sono stati i Rodotà, i Tesauro, i Cheli a guidare le Authority. Oggi, senza demonizzare le persone ma pesando profili e titoli, basta giurare fedeltà a un leader?

«Purtroppo non si può fare una distinzione tra buoni e cattivi come quella che lei suggerisce, perché anche in passato vi sono state nomine di ex politici negli organi amministrativi delle autorità indipendenti».

Oltre all’amichettismo del potente di turno, per lei, ci sono anche falle nel sistema? Le leggi possono essere migliorate?

«Al di là del caso Anac, in cui come abbiamo visto le norme sono chiarissime, il mio auspicio è proprio questo: che ci siano regole univoche per tutte le Autorità. Perché, ad oggi, queste sono regolate da leggi diverse. E la successione delle norme, nel tempo, ha creato confusione. Oggi, per alcune, si prevede che la scelta degli amministratori avvenga in Parlamento con maggioranze qualificate; per altre, basta l’intesa dei vertici di Camera e Senato; per altre, ancora, è previsto che decida il governo. Insomma, si scelga una strada invece del ginepraio di oggi».

Professore, al di là della giungla di norme e cavilli, non pensa che resti un tema di fondo: una classe dirigente, e questo governo in particolare, allergica ai livelli di controllo?

«In generale, direi di no. Poi se parliamo di casi specifici, mi spiace, devo confessare che la penso diversamente da alcuni colleghi. Ad esempio, se guardiamo alla legge Foti...».

La riforma sulla Corte dei conti, quella avversata da tanti magistrati contabili e giuristi, e che lei invece sostiene?

«Ecco,sì. Ritengo che essa abbia posto un argine ad una deriva ancora più pericolosa, che conduceva a un blocco della pubblica amministrazione per la cosiddetta paura della firma».

E una maggioranza che manda alla gogna di popolo ogni provvedimento sgradito, dalla pronuncia del gip alle Sezioni unite della Cassazione, non la turba?

«Gli attacchi della politica ci sono. Ma, mi creda, sono più numerosi quelli che la magistratura muove alla politica».

Era già la tesi del suo libro, “Il governo dei giudici”: i magistrati come potere autoreferenziale che invade gli spazi della politica. Lei non cambia idea neanche di fronte all’offensiva di Meloni?

«No, ho studiato tanti casi.Ma soprattutto: la politica può fare ciò che ritiene. Un magistrato no. I magistrati parlano con le sentenze».

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