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Lo slogan garibaldino nella piazza per l’Europa

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Michele Serra nell’appello lanciato su questo giornale ha evocato l’esortazione garibaldina “Qui si fa l’Italia o si muore” dandogli un nuovo senso per i confusi giorni che attraversiamo: “Qui si fa l’Europa o si muore”. Parole che un secolo e mezzo dopo quelle originali lanciate nel 1860 a Calatafimi, potrebbero far pensare ad un eccesso di enfasi romantica. A me sono sembrate invece straordinariamente aderenti alla realtà che stiamo vivendo. Succedono intorno a noi fatti di dimensione enorme, tragedie sanguinose, migliaia di giovani vite stroncate, immensi danni, sconvolgimento di equilibri geopolitici che hanno retto per ottant’anni e che ora pericolosamente barcollano.

Si muore di questo, tutt’intorno al cerchio dell’Unione europea si muore, quell’embrione di…

Michele Serra nell’appello lanciato su questo giornale ha evocato l’esortazione garibaldina “Qui si fa l’Italia o si muore” dandogli un nuovo senso per i confusi giorni che attraversiamo: “Qui si fa l’Europa o si muore”. Parole che un secolo e mezzo dopo quelle originali lanciate nel 1860 a Calatafimi, potrebbero far pensare ad un eccesso di enfasi romantica. A me sono sembrate invece straordinariamente aderenti alla realtà che stiamo vivendo. Succedono intorno a noi fatti di dimensione enorme, tragedie sanguinose, migliaia di giovani vite stroncate, immensi danni, sconvolgimento di equilibri geopolitici che hanno retto per ottant’anni e che ora pericolosamente barcollano.

Si muore di questo, tutt’intorno al cerchio dell’Unione europea si muore, quell’embrione di unità via via faticosamente costruita a partire dai trattati di Roma del 1957, ha preservato tre generazioni dagli orrori della guerra. Più di questo, ha cancellato dalla memoria e dall’immaginazione di tanti giovani l’idea stessa che la pace (come la democrazia) non è data una volta per tutte ma va difesa e alimentata. Credo che sia questo il significato urgente che le parole attribuite a Garibaldi hanno di nuovo acquistato. Quando Ernesto Rossi e Altiero Spinelli nell’esilio di Ventotene scrissero il loro manifesto “Per un’Europa libera ed unita” si era nel pieno della seconda guerra civile europea dopo quella del 1914-‘18, ci sarebbero voluti altri quattro anni perché il massacro avesse fine. Diciamo che solo una forte spinta ideale dava a quel documento visionario una certa ragionevolezza. Oggi possiamo ben dire che ai due aggettivi “libera e unita” è rimasta la carica ideale ma s’è aggiunta la dimensione della necessità: un’Europa libera e unita oppure preda di una delle tre grandi potenze che si stanno spartendo il mondo. Nessuna nazione del vecchio continente, nemmeno la più grande, è in grado di competere con la potenza economica e militare dei nuovi padroni del pianeta. Le nazioni europee possono davvero morire o essere asservite nel grande gioco “divide et impera” dei detentori di un potere smisurato. Può invece resistere o competere l’Europa tutta insieme, quasi mezzo miliardo di cittadini, un rilevante potere economico, una grande capacità d’innovazione, una storia alle spalle piena di sangue e di gloria. Ecco perché lo slogan garibaldino evocato da Serra si è nuovamente riempito di senso; ecco perché — infinitesima parte della popolazione europea — sarò anch’io in piazza il 15 marzo a sventolare con profonda convinzione il vessillo europeo.

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