Ruzzon: “Solidarietà e accoglienza, finalmente un appello che non è divisivo”
di Annalisa CuzzocreaEmma Ruzzon ha 23 anni ed è pronta a scendere in piazza per l’Europa anche adesso. È la presidente del Consiglio delle studentesse e degli studenti dell’Università di Padova, si è fatta conoscere per un paio di discorsi molto belli – sui ragazzi della sua generazione, su quello che vivono e di cui hanno paura – durante l’inaugurazione degli anni accademici del suo ateneo. Ora è a Praga, in Erasmus, dove in classe parlano di questo: cos’è l’Europa per noi? Cosa significa? Cosa vale?
Cos’ha pensato, dopo aver letto l’appello di Michele Serra su Repubblica?
«Mi è piaciuta molto l’idea di una manifestazione unitaria, che è ormai una cosa rarissima. Secondo certa propaganda tutto deve essere divisivo: l’antifascismo, i diritti, rischiava di diventarlo anche l’Europa. E invece credo sia fondamentale dire che l’Ue è di tutti coloro che ci credono, e se non siamo d’accordo su questo, siamo davvero fregati».
Emma Ruzzon ha 23 anni ed è pronta a scendere in piazza per l’Europa anche adesso. È la presidente del Consiglio delle studentesse e degli studenti dell’Università di Padova, si è fatta conoscere per un paio di discorsi molto belli – sui ragazzi della sua generazione, su quello che vivono e di cui hanno paura – durante l’inaugurazione degli anni accademici del suo ateneo. Ora è a Praga, in Erasmus, dove in classe parlano di questo: cos’è l’Europa per noi? Cosa significa? Cosa vale?
Cos’ha pensato, dopo aver letto l’appello di Michele Serra su Repubblica?
«Mi è piaciuta molto l’idea di una manifestazione unitaria, che è ormai una cosa rarissima. Secondo certa propaganda tutto deve essere divisivo: l’antifascismo, i diritti, rischiava di diventarlo anche l’Europa. E invece credo sia fondamentale dire che l’Ue è di tutti coloro che ci credono, e se non siamo d’accordo su questo, siamo davvero fregati».
Qual è l’Europa per cui scenderebbe in piazza?
«Sono in Erasmus a Praga e partecipo a lezioni in aule piccole, da 15-20 persone, in cui si dialoga del nostro concetto di Europa. Proprio ieri stavamo facendo un esame di “Società europee contemporanee comparate” in cui ci siamo chiesti quali siano per gli studenti di oggi le parole e i concetti che colleghiamo all’Unione europea».
La risposta?
«Che al netto dei tecnicismi, per noi Europa significa solidarietà tra Stati, una visione comune su diritti e welfare. E sono molto d’accordo con il dibattito che si è generato in classe: molti di noi hanno detto che non solo questa Unione non è ancora abbastanza solidale al suo interno, ma che deve impegnarsi per esserlo anche all’esterno. Vorrei un’Europa capace di guardare fuori da sé, ad esempio sul fenomeno migratorio. Che si renda forte, e di questa forza faccia un punto di solidarietà e accoglienza».
Non è la direzione in cui sta andando.
«Ma possiamo reclamarla. Perché non sia uno Stato chiuso solo un po’ più largo, una specie di sovranismo europeo al posto di quelli nazionali».
Aveva mai creduto che i valori della Rivoluzione francese come libertà, uguaglianza, fraternità, potessero apparire sovversivi?
«Mi rattrista, ma non posso dire di essere sorpresa. Mi chiedo se ci sia stato davvero un momento della storia in cui il concetto di uguaglianza sia stato condiviso realmente. Certo, oggi prevalgono le spinte populiste che mirano a dividere e a individuare colpevoli per i problemi concreti e quotidiani della vita di chiunque: non arrivare a fine mese, il costo dell’affitto, le bollette. È più facile dare la colpa a qualcuno che non ce l’ha piuttosto che riflettere davvero su cosa significhi uguaglianza. Penso a quando avevo 16 anni, e i decreti sicurezza di Salvini hanno creato un circolo vizioso che ha marginalizzato i migranti rendendoli un capro espiatorio. E al fatto che davanti a quella narrazione, nessuno sia ancora riuscito a dare una risposta diversa, né a livello italiano né a livello europeo. Oggi l’uguaglianza è considerata un concetto pericoloso».
Che effetto fa a chi passa la giornata sui libri vedere la superstizione che supera la scienza?
«Mi ferisce sempre, ma non dipende solo dai libri. Conosco persone laureate in una determinata materia, ma complottiste su altro. E persone non laureate ben più razionali. Siamo in un’epoca in cui si cerca la semplificazione assoluta di tutto, non ci sono la pazienza e la voglia di approfondire. Nessuna notizia viene verificata. Ho l’impressione che su ogni singola cosa non contino più le fonti, il metodo scientifico, ma solo con quanta irruenza si esprime un concetto. E questo succede a ogni livello, a partire dai social, dove ogni giorno si supera il limite che il giorno prima sembrava invalicabile».
Serra nel suo appello ha scritto: si guarda al presente con sconcerto e al futuro con apprensione. Lei due anni fa ha fatto un discorso sull’ansia che opprime la sua generazione.
«I sondaggi, i questionari, gli studi di stampo psicologico e sociale lo dimostrano. Quello che abbiamo capito in questi anni, la ragione per cui continuiamo a parlare di salute mentale, è che il disagio psicologico della mia generazione ha radici profondamente sociali. Il problema è che nessuno di noi riesce a vedere concretamente un futuro».
Da che punto di vista?
«Basta pensare a quello ambientale, alla crisi climatica. Se provo a immaginarmi tra dieci anni, penso che se vivrò in una città sarà in un monolocale, perché difficilmente potrò permettermi altro. E chissà quanto caldo farà d’estate, quante esondazioni avrò vissuto, se tra vent’anni potrò permettermi di comprare l’acqua da bere. Se ci sarà ancora un welfare che mi aiuterà, se avrò una pensione. Sono scenari scoraggianti, soprattutto per una ragione. Non c’è mai stato un momento in cui abbiamo potuto dire: la politica se n’è accorta, ne stanno parlando, stanno facendo un disegno di legge, una manovra, un piano a lungo termine. Mai un momento in cui qualcuno abbia pensato di darci una speranza».