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Le "femministe" del web e il nuovo reato di maschio non monogamo

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Dietro un'inchiesta per stalking e diffamazione su tre attiviste l'incubo della polizia politica e una domanda: che succede al dibattito pubblico quando reddito e potere di alcune persone dipendono dalla frequenza con cui si consumano sacrifici umani sulla piazza virtuale?
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C’è una storia di queste ore che trovate nelle cronache giudiziarie ma potrebbe stare ovunque, a tal punto restituisce lo spirito del tempo. Tre attiviste web del Bene (maiuscolo), quel genere politico di influencer il cui lavoro consiste nel coltivare una comunità social che sostiene talebanamente una causa Giusta (maiuscolo) e nel trovare ogni settimana qualcuno da mettere all’indice con l’accusa di nuocere alla suddetta causa, in pratica una forma di militanza (e di produzione di reddito) che sta all’incrocio tra mamma Ebe e Jimmy Ghione, rischiano di andare a processo per stalking e diffamazione aggravata. La procura di Monza ha notificato alle tre indagate la chiusura delle indagini. Non importano i nomi delle attiviste – chi non resiste alla tentazione di conoscerli li trova negli articoli sulla vicenda – importa la trama, anticipata da un pezzo del Domani.

Alle tre donne, più o meno note per il loro impegno “femminista”, viene contestato di aver commesso i reati su due persone,…

C’è una storia di queste ore che trovate nelle cronache giudiziarie ma potrebbe stare ovunque, a tal punto restituisce lo spirito del tempo. Tre attiviste web del Bene (maiuscolo), quel genere politico di influencer il cui lavoro consiste nel coltivare una comunità social che sostiene talebanamente una causa Giusta (maiuscolo) e nel trovare ogni settimana qualcuno da mettere all’indice con l’accusa di nuocere alla suddetta causa, in pratica una forma di militanza (e di produzione di reddito) che sta all’incrocio tra mamma Ebe e Jimmy Ghione, rischiano di andare a processo per stalking e diffamazione aggravata. La procura di Monza ha notificato alle tre indagate la chiusura delle indagini. Non importano i nomi delle attiviste – chi non resiste alla tentazione di conoscerli li trova negli articoli sulla vicenda – importa la trama, anticipata da un pezzo del Domani.

Alle tre donne, più o meno note per il loro impegno “femminista”, viene contestato di aver commesso i reati su due persone, un uomo e una donna. Partiamo dall’uomo, sperando che non passi per priorità di genere o mansplaining, che nel codice di procedura penale del woke sarebbe quando un uomo si arroga il diritto di spiegare a una donna cose che non gli competono (il che in teoria rende mansplaining anche contestare a Meloni il fatto di farsi chiamare “il” presidente del Consiglio, se a farlo è un maschio). La storia è questa: il tizio, la cui denuncia è all’origine dell’inchiesta e che è a sua volta un attivista web con una qualche notorietà digitale, avvia una relazione con un’amica di due delle indagate. Relazione che si conclude alla scoperta che il signore aveva contemporaneamente una tresca con un’altra donna, anche lei nello stesso giro di amicizie, all’insaputa della compagna. Non drammatizziamo, è solo questione di corna, era il titolo di un film di Truffaut (solo in Italia però, il vero titolo è Domicile conjugal), ma viviamo in un’epoca in cui drammatizzare è diventato un lavoro. Ecco dunque che il fedifrago diventa il bersaglio delle attiviste che cominciano a definirlo “manipolatore” e “abuser” (l’uso di termini inglesi facilmente sostituibili da una parola italiana è l'effetto dell’ideologia anglosassone da cui è tratto il bricolage della nuova Inquisizione). Alcune delle frasi incriminate attribuite alle attiviste del Bene: "Gli facciamo fare la fine della merda che è", "che si ammazzi con il coltello", "ti giuro che avrà una morte sociale, politica che non immagini", "lo mutiliamo questo coglione, non ha il senso del pericolo". Sull’ultima affermazione non si può che concordare. Non si tratterebbe solo di minacce virtuali. Una delle indagate contatta gli organizzatori di un convegno dove era prevista la presenza del fedifrago tra i relatori e lo convince a ritirare l’invito spiegandogli che si tratta di “un abuser”. Sulla base delle carte dell’inchiesta tutte le cronache sintetizzano le accuse delle attiviste all’uomo con questa imputazione ideologica: “Fine di una relazione non monogama”. Ehi tu, vile maschio non monogamo dove vai? La situazione, ne converrete, rende potenziali abuser i quattro quinti degli abitanti del pianeta, uomini, donne e qualunque altro genere aggiuntivo. L’uso della “non monogamia" come base di una accusa politica, o addirittura penale, è un esercizio di cui forse avrebbe pudore a servirsi persino il senatore Pillon. Le accusate sostengono di aver solo difeso un’amica da “violenza maschile" e vedremo se porteranno a suffragio della tesi difensiva argomenti diversi dal tradimento. Per ora i magistrati non sembrano averne trovati.

Non voglio entrare nell’aspetto penale della storia, sul quale decideranno i giudici. Per le indagate vale a pieno la presunzione di innocenza. Sui fatti è invece utile una riflessione: che razza di “femminismo” è quello che contesta a un uomo una “relazione non monogama”? Come può il “femminismo” sfociare in un moralismo peggio che pretesco, in cui il tradimento diventa addirittura in sé abuso, “manipolazione”, un termine entrato nella medicalizzazione dei rapporti sociali con la stessa insostenibile invadenza di “tossico”? Eppure questo è: siamo passati dalla denuncia degli orgasmi da strapazzo – immaginate voi con quale parole faceva rima “strapazzo” negli slogan dei cortei femministi anni Settanta – cioè dalla rivendicazione di una sessualità piena e libera, a forme ormai esplicite di sessuofobia, particolarmente stonate se a brandirle sono sedicenti campionesse del progressismo. Ma non è tutto, e qui vale la pena raccontare la denuncia dell’altra presunta vittima, la donna.

A sua volta ex amica, la tizia si è stata pubblicamente accusata dalle indagate come “omofoba” e “misogina”. Etichette che preparano il terreno a quello che viene definito call out, cioè l’espulsione di una persona dalla vita pubblica tramite un marchio di infamia che serve a ridurla al silenzio. Inutile specificare – no, non è inutile, ovvio, è un attimo finire nel tritacarne – che qui non stiamo parlando di abusi veri, violenze vere, comportamenti che valgono sì un marchio di infamia. Qui parliamo di scostamenti da un autoproclamato Verbo (maiuscolo), un meccanismo settario nel senso letterale del termine, una forma di autoritarismo e censura che sta avvelenando lo spazio pubblico. Che succede quando un pezzo di presunta sinistra sociale si arroga il diritto di decidere chi cammina nella fede e chi no? Che succede quando chi indossa l’uniforme della polizia morale utilizza accuse da codice penale e ha il potere di esercitare una gogna pubblica?

Dice: stai semplificando una questione che ha comunque dietro meccanismi culturali più complessi. E grazie: ovvio che esiste un patriarcato sotteso all’infedeltà coniugale maschile. Capita ancora spesso di sentire in bocca a qualcuno avanti con l'età il motto “peccato di pantalone, pronta assoluzione”. Ci sono sicuramente molti italiani, e peggio ancora italiane, convinti e convinte che il tradimento maschile sia perdonabile e quello femminile intollerabile. In un libro di molti anni fa Giordano Bruno Guerri raccolse quello che i preti italiani dicevano alle fedeli in confessionale: naturalmente era frequentissimo l’invito a sorvolare sui tradimenti del marito (il libro valse a Guerri una scomunica, in questo caso non metaforica). Ma siamo felici di dirvi che l'adulterio femminile e il concubinato maschile sono usciti dal codice penale grazie a due sentenze della Corte costituzionale del 1968 e del 1969, due date che dovrebbero da sole dare un'idea della temperie storica e politica che ha abolito il reato e le primitive distinzioni di genere che lo caratterizzavano.

Dice: ma anche le condotte private possono essere oggetto di sanzione pubblica. Vero. Ma un conto è denunciare un politico omofobo che si scopre frequentare bagni pubblici non a scopo di minzione – uso la casistica più frequente – altro è ergersi a giudici delle vite altrui e gettarle in pasto a follower famelici di sangue. Così come evidente è la differenza che passa tra la libertà di disapprovare una condotta personale e la trasformazione di una presunta deviazione morale in stigma sociale. La stessa differenza che passa tra perdere il saluto di un amico o di un’amica che ti rimprovera di non esserti comportato bene con una persona a loro cara e trovarsi additati come “abuser” da gente che con un post o una storia Instagram può facilmente inoltrare l’accusa a una milionata di persone. Chiaro che in una relazione la violenza può essere anche psicologica, a patto di mantenere un senso delle proporzioni, per esempio quello che porta a distinguere un catcalling da uno stupro o a non trasformare Roland Barthes, già colpevole di non aver recensito le canzoni di Guccini, nell'autore di un manuale per abuser, dato che Frammenti di un discorso amoroso è un catalogo di tutte le dinamiche di potere e sopraffazione naturalmente alla base di tutte le relazioni sentimentali. E ancora, non ultimo: che succede al dibattito pubblico quando il reddito di alcune persone dipende dalla frequenza con cui si consumano nella piazza virtuale sacrifici umani di presunti colpevoli al fine di mantenere visualizzazioni, engagement e community? La ricerca di vittime da scannare, merce che rischia di scarseggiare visto l'alta domanda, spiega la frequenza con cui gli attivisti del Bene finiscono spesso a scannarsi tra di loro nella competizione per mantenere quote di mercato.

Occorre una buona dose di mitomania per spacciare questa indefessa caccia al reprobo in una militanza per il Bene di tutti. Una delle attiviste indagate ha raccontato così sui social la perquisizione subita qualche mese fa nell’ambito dell’indagine: “Sono stata controllata anche fra i capelli e dietro le orecchie. Sono stati inoltre sequestrati tutti i miei dispositivi, di conseguenza sarò costretta a razionare il normale svolgimento della mia attività politica in attesa di ricevere indietro i miei device. Scrivo da un cellulare precario". Razionare l’attività politica perché non si ha più il cellulare. Sentire l’esigenza di avvertire il Paese di non allarmarsi se si dirada la pubblicazione. Capite bene che un "cellulare precario", oggi, è una condanna peggiore che la testa mozzata dallo Stato pontificio ai carbonari Montanari e Targhini.

La lamentela per l’effetto collaterale dell’inchiesta – il razionamento dell’attività politica – mi ha ricordato un’altra vicenda di infedeltà coniugali diventata pubblica, che per rispetto e diritto all’oblio merita l’omissione dei nomi dei protagonisti. Successe che la moglie di un politico di destra, tradita, raccontò in una intervista: io cercavo di parlargli e lui, impegnato a buttar giù gli appunti per un libro, mi rispondeva "non disturbarmi mentre scrivo, non capisci che fai un danno al Paese?”. Una vendetta perfida ma misurata e intelligente, un aneddoto nel quale quale lui pareggiava la mitomania dell'attivismo web e lei lo surclassava in femminismo.

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