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Un referendum su Garlasco sarebbe il regalo più grande a Meloni

La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio 

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La premier vuole spoliticizzare la consultazione sulla giustizia. Il rischio che l'opposizione la segua su questa strada e le consegni una vittoria tutt'altro che scontata
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Questo è il numero di venerdì 31 ottobre 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Dice: Giorgia Meloni non farà l’errore di Matteo Renzi, non trasformerà cioè il referendum costituzionale in un test su di lei e il governo. Saggia decisione, dal suo punto di vista. Ma se è vero, e lo è, che questa è la tattica della presidente del Consiglio per portare a casa la vittoria, cosa dovrebbe fare l’opposizione? Sarebbe utile trovare una risposta convincente, perché il referendum previsto in primavera è l’ultimo grande tornante prima delle Politiche del 2027 e chi se lo aggiudica ha ottime chance di prevalere poi anche l’anno successivo.

Dicevamo della comprensibile scelta di Meloni. Sa che sul merito principale del referendum – la separazione delle carriere dei magistrati – c’è un’opinione pubblica divisa più o meno a metà, questo dicono i sondaggi e questo suggerisce il dibattito pubblico degli ultimi vent’anni. E sa anch…

Questo è il numero di venerdì 31 ottobre 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Dice: Giorgia Meloni non farà l’errore di Matteo Renzi, non trasformerà cioè il referendum costituzionale in un test su di lei e il governo. Saggia decisione, dal suo punto di vista. Ma se è vero, e lo è, che questa è la tattica della presidente del Consiglio per portare a casa la vittoria, cosa dovrebbe fare l’opposizione? Sarebbe utile trovare una risposta convincente, perché il referendum previsto in primavera è l’ultimo grande tornante prima delle Politiche del 2027 e chi se lo aggiudica ha ottime chance di prevalere poi anche l’anno successivo.

Dicevamo della comprensibile scelta di Meloni. Sa che sul merito principale del referendum – la separazione delle carriere dei magistrati – c’è un’opinione pubblica divisa più o meno a metà, questo dicono i sondaggi e questo suggerisce il dibattito pubblico degli ultimi vent’anni. E sa anche che se il quesito referendario si politicizza troppo, se un pezzo di elettorato percepisce la consultazione come l’occasione di una spallata al governo, i rapporti di forza possono facilmente spostarsi a favore del No. Anche perché l’affluenza a un referendum confermativo non dovrebbe essere molto alta, e quindi basta poco perché l’equilibrio di partenza si spezzi a suo sfavore. Ecco perché Meloni pensa a un comitato per il Sì composto da esponenti della società civile, con volti pop e possibilmente impolitici, e conta parecchio sull’effetto di vicende come Garlasco – che ovviamente nulla c’entra con la separazione delle carriere – per trasmettere il messaggio generico che la giustizia non va, affermazione per la quale non si può certo darle torto, e occorreva riformarla.

Le cronache politiche di queste ore ci raccontano di un Pd che si sta interrogando sul da farsi. L'esito di un incontro di qualche giorno fa tra Elly Schlein e i suoi parlamentari sembra suggerire che anche i dem stiano meditando una scelta speculare a quella di Meloni: non alzare eccessivamente i toni, evitare di schiacciarsi troppo sui magistrati, promuovere una campagna misurata. Giusto? Sbagliato? Difficile tagliare la risposta con l’accetta. Da una parte è indice di serietà e senso delle proporzioni evitare drammatizzazioni: la separazione delle carriere non è una misura in sé autoritaria o distorsiva dello Stato di diritto. E poi come fai a presentare la riforma come un golpe quando sai che voterà Sì anche gente come Goffredo Bettini? Dall’altra però sarebbe singolare e contraddittorio, dopo aver parlato in Parlamento di ricerca di “pieni poteri” da parte di Meloni, sminuire il senso politico del referendum. I rischi connessi alla nuova governance della giustizia non sono il delitto Matteotti, ma neanche una faccenduola tecnica. Distinguere tra magistratura inquirente e requirente può essere cosa buona e garantista, a patto che i pm non finiscano più o meno direttamente sotto il controllo della politica trasformandosi nell’equivalente di una partecipata di Stato. Ci sono sufficienti certezze che ciò non accada? No. La destra italiana non è diversa da quella triumpiana e orbaniana e ha dato ampie prove di mal tollerare tutti i vincoli e i contrappesi che un ordinamento democratico deve prevedere, usando come una clava l’argomento del consenso elettorale. È successo sui centri in Albania, sul Ponte sullo Stretto e in generale succede ogni qual volta si avanzano critiche su modi e metodi poco ortodossi dell’esecutivo. La replica in questi casi è spiccia: abbiamo vinto le elezioni, nessuno metta bocca su quel che facciamo. La questione, come si vede a occhio nudo, è molto politica, anzi in questo momento la più politica di tutte. Fare un passo di lato rispetto a questo scontro, accettando che l’avvocato Lovati e l’ex procuratore di Pavia Venditti diventino i testimonial involontari della campagna elettorale referendaria non sembra sensato. Peraltro non si capisce perché, se Meloni ha l’ansia di spoliticizzare il quesito, l’opposizione dovrebbe contribuire a rafforzare questo schema. Logico sarebbe provare a trascinarla sul terreno a lei più sgradito.

Dice: ma perché rischiare di ingigantire gli effetti di una sconfitta al referendum? Meglio volare basso: così, se vinci, incassi comunque il risultato e, se perdi, puoi fare spallucce e dire: non era la mia battaglia, ha perso l’Anm. Ecco, non mi sembra il modo più indicato per andare al referendum. Anche perché la scelta suonerebbe così: siccome non sono sicuro di vincere, mi tengo un po’ a distanza. Il che, oltre tutto, sarebbe in clamorosa contraddizione con la tattica seguita appena pochi mesi fa sui referendum sul lavoro. Non si ricorda competizione elettorale il cui esito fosse più scontato, il quorum non è mai stato una possibilità concreta e il muro su cui si sarebbero schiantati i quesiti della Cgil si vedeva a mesi e chilometri di distanza. Eppure il Pd ha scelto di fare campagna ventre a terra, senza riserve. Dice: vabbè, lo ha fatto per una questione di principio, ci sono battaglie che vanno fatte comunque. Bene, forse, ma allora che dovrebbero pensare gli elettori se vedessero il principale partito dell’opposizione impegnarsi stavolta con riserva? Che il referendum sulla giustizia non merita di essere combattuto fino in fondo? Sarebbe un grandissimo regalo a Meloni.

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