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Reportage da Teheran: il massacro degli iraniani è trascurabile, anzi giusto

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C'è chi, già dai tempi della rivoluzione di Khomeini, preferisce sempre il campo anti-occidentale a quello delle democrazie
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Questo è il numero di venerdì 16 gennaio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Nel 1979 il quotidiano Lotta continua, sopravvissuto allo scioglimento del partito omonimo, mandò in Iran un inviato a raccontare la rivoluzione khomeinista. Le cronache da Teheran del giornalista, poi passato a lavorare a testate di altro orientamento, sprizzavano tanto entusiasmo per l’arrivo degli ayatollah (“Una giornata in cui inizia il cammino della vittoria”) che alcuni lettori del quotidiano cominciarono a storcere il naso. Il tifo di Lotta continua per la Guida Suprema Khomeini, rappresentato come uomo che guardava dall’alto della sua frugalità e rettitudine alla corrotta classe dirigente filo-occidentale, suonò stonato alle orecchie di qualche lettore che continuava a ricordare il Marx della “religione oppio dei popoli” e non il Marx di “Layla, mettiti il velo”. Nella pagina delle lettere – in quegli anni lo spazio più vital…

Questo è il numero di venerdì 16 gennaio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Nel 1979 il quotidiano Lotta continua, sopravvissuto allo scioglimento del partito omonimo, mandò in Iran un inviato a raccontare la rivoluzione khomeinista. Le cronache da Teheran del giornalista, poi passato a lavorare a testate di altro orientamento, sprizzavano tanto entusiasmo per l’arrivo degli ayatollah (“Una giornata in cui inizia il cammino della vittoria”) che alcuni lettori del quotidiano cominciarono a storcere il naso. Il tifo di Lotta continua per la Guida Suprema Khomeini, rappresentato come uomo che guardava dall’alto della sua frugalità e rettitudine alla corrotta classe dirigente filo-occidentale, suonò stonato alle orecchie di qualche lettore che continuava a ricordare il Marx della “religione oppio dei popoli” e non il Marx di “Layla, mettiti il velo”. Nella pagina delle lettere – in quegli anni lo spazio più vitale e creativo del giornale – comparve quella di un gruppo di lettori che si permise una sfiziosa presa in giro dei reportage pro Khomeini: “Se l’ayatollah alza la sottana, Lotta continua diventa musulmana?”. Lo sberleffo di quei lettori poco convinti che in Iran stesse sorgendo il sol dell’avvenire era più che legittimo: possibile che un movimento di estrema sinistra, che a una rivolta di tipo confessionale in Europa - che so, una roba di vandeani o lefebvriani - avrebbe giustamente appioppato l’etichetta di sommossa reazionaria, vedesse un’ascesi rivoluzionaria nell’arrivo della polizia morale iraniana? Eppure ce la vide, su questo non c’è dubbio. Anche molti fascisti si esaltarono subito per Khomeini: tuttora l’Iran ha parecchi ammiratori nelle file della destra radicale.

Già all’epoca Lc non era l’unico pezzo di sinistra a simpatizzare per Khomeini. Il quale, a mettere volutamente da parte il dettaglio della dittatura teocratica, offriva una miscela ideale per bocche buone: un anticapitalismo e antiamericanismo sufficiente a dissetare quel pezzo di opinione pubblica che, sfumata l’insurrezione in casa propria, non ha mai smesso di cercare surrogati in ogni angolo del pianeta. Anche il manifesto, quotidiano comunista tuttora in edicola, ne siamo lieti, trattò con rispetto e sussiego il khomeinismo, soprattutto in quanto nemico del nemico a stelle e strisce, come da implacabile legge del beduino. Per non parlare di tutto quella parte di movimento che, abbandonata o rifiutata in partenza la P38, aveva investito sulla ricerca spirituale ed era andato in cerca del sé perduto negli ashram indiani o nei fumoir di Kabul, dove presto altri emuli della Guida Suprema, sebbene di tutt’altra parrocchia islamica, avrebbero messo fine al bazar della spiritualità per occidentali in fuga dal consumismo. Anche l’Iran degli ayatollah, con quell’aura di sovversione pauperista, parve ad alcuni di questi reduci una suadente alternativa all’Italia di torna a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che t’aspetta (per i più giovani: era lo spot della debuttante Canale 5).

Tanto è cambiato da quel 1979, ma non la tendenza di una certa mentalità a un rozzo relativismo e a equiparazioni dalle illogiche conseguenze. Chi per esempio sostiene, a buon diritto, che gli Usa abbiano invaso indebitamente l’Iraq, dovrebbe coerentemente censurare Putin che invade l’Ucraina, non usare l’argomento per assolverlo dato che gli americani hanno invaso prima o più di lui. Se la mobilitazione per i civili di Gaza era un dovere civile, e lo era, questo dovrebbe valere anche per i giovani iraniani, a meno che dirimente per il sussulto delle coscienze sia soltanto il colore dei proiettili assassini e lo schema amico-nemico che si porta appresso. Non si capisce perché alcune mobilitazioni crescano spinte dalla rivendicazione di un imperativo morale mentre altre risultino, alle stesse persone, opzionali o addirittura inopportune.

Ancora oggi uno sconfortante numero di italiani, pur senza schierarsi per il regime iraniano, se messi davanti all’obbligo di una scelta continuano a preferire la tetragona ostilità di Teheran all’Occidente piuttosto che i diritti delle democrazie liberali. Le quali giustamente, essendo tali, permettono loro di esprimere liberamente una simile bestialità. Sia chiaro: non parliamo qui di un giudizio sull’eventuale intervento militare americano, che con tutta probabilità sarebbe solo un controproducente blitz per consentire a Trump di segnare un punto nel tabellino del suo folle risiko. Parliamo di quel senso di apatia davanti alle rivolte dei giovani iraniani contro la teocrazia, una rivolta che non scalda, un massacro trascurabile. Affari loro. Noi non siamo meglio. O peggio, l’alibi del complottismo da due soldi: non sarà che quei giovani iraniani in piazza sono solo una testa d’ariete degli odiati occidentali? La Cia, il Mossad, la Spectre.

Una prova di questa mentalità sta in un altro reportage dall’Iran, stavolta non del 1979, pubblicato due giorni fa dal Fatto quotidiano a firma della ex ambasciatrice Elena Basile. Il pezzo di Basile, ovviamente già comprensiva verso le invasioni putiniane, pubblicato su un quotidiano che il Cremlino non traduce in russo per evitare un’inutile eco, è letteralmente una apologia delle esecuzioni sommarie in piazza. Racconta Basile: “Un giovane mi ha chiesto: ‘Lei crede che io sia un terrorista? Così la tv di Stato chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare’. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi”. A parte la palese falsificazione, come se gli iraniani si fossero ribellati su istigazione di altri, colpisce la spudoratezza: con migliaia di ragazze e ragazzi uccisi per le strade sotto il fuoco della repressione, Basile sente l’esigenza di arringarne uno ancora vivo spiegando che è legittimo sparargli in quanto terrorista. E lo racconta orgogliosa ai gonzi pronti a bersela (ma naturalmente mossi dalla convinzione opposta: io non me la bevo, questa balla della rivolta spontanea!).

Del reportage di Basile ha scritto sul Foglio Adriano Sofri, lui che di Lotta continua fu leader, anche se con l’infatuazione del quotidiano per Khomeini non c’entrava nulla. Lascio che il surreale finale del reportage di Basile sia contenuto nella citazione dal suo articolo. Scrive Sofri: “Trascrivo la conclusione, toccante, di Basile: “Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran”. Commenta Sofri: “Dove avevo già sentito un tocco satirico così fine? Ah sì, era Johnny Stecchino, e quella piaga irriducibile di Palermo: Il traffico”.

In Parlamento c’è una forza politica teoricamente parte del campo progressista, il M5S, che due giorni fa si è rifiutata di votare la mozione bipartisan a sostegno degli iraniani che cercano libertà e trovano la morte. La motivazione, pelosissima, era nella richiesta di inserire un passaggio preventivo contro il blitz americano. Non è chiaro cosa impedisse ai 5S, gli stessi che nel Venezuela di Maduro inviavano missioni di solidarietà e di studio del sedicente socialismo chavista, di votare un testo per deplorare le esecuzioni nelle piazze. O meglio, è fin troppo chiaro.

Quando ancora non si era visto scippare il Movimento da Conte, anzi quando per gli italiani Conte era solo l’allenatore Antonio, siamo nel 2012, Grillo spiegò perfettamente cosa passa per la testa di chi pensa che l’Iran vada lasciato in pace, perché noi, l’Occidente, non abbiamo diritto di giudicare. Dichiarò Grillo: “Un giorno ho visto impiccare una persona su una piazza di Isfahan. Ero lì. Mi son chiesto: cos’è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa. Anche loro hanno la pena di morte: hanno messo uno a dieta, prima d’ucciderlo, perché la testa non si staccasse. E allora: che cos’è più barbaro?”. Quindi Grillo, sposato a un'iraniana, si espresse sulla persecuzione delle donne che rifiutano di assoggettarsi ai precetti degli ayatollah. Anzi, spiegò perché secondo lui si trattava solo una maldicenza: “Ho scoperto che la donna, in Iran, è al centro della famiglia. Le nostre paure nascono da cose che non conosciamo”. Sono i criteri occidentali e la nostra ignoranza il problema, mica la polizia morale che lincia le ragazze che rifiutano di mettere il velo. Concluse Grillo: “Quelli che scappano dall’Iran sono oppositori. Ma chi è rimasto non ha le stesse preoccupazioni che abbiamo noi all’estero. L’economia lì va bene, le persone lavorano. È come il Sudamerica: prima si stava molto peggio. Ho un cugino che costruisce autostrade in Iran e mi dice che non sono per nulla preoccupati”. A Grillo lo disse suo cugino, che in Iran è tutto a posto. Ma voi non immaginate quanti italiani si informano da un cugino di Teheran.

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