Questo è il numero di sabato 2 maggio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Assicurano i più anziani a Palazzo che il momento peggiore per chi governa non è il giorno in cui perde le elezioni e quindi il potere. No, quello è in fin dei conti un giorno sopportabile, può persino avere un retrogusto liberatorio. Il momento peggiore è quello in cui si è ancora in carica e si realizza la sensazione che tutto sta per finire. Non è ancora finita. Anzi, potrebbe anche non finire, ma il solo pensiero che la possibilità sia ormai concreta si fa opprimente e intollerabile.
Un mese e mezzo fa Giorgia Meloni è passata in poche ore da una situazione di percepita solidità a uno stato di precarietà. È accaduto con il referendum, il passaggio elettorale che doveva intronarla e invece ha rintronato lei e i suoi alleati. Gli anglosassoni lo chiamano momentum, con un prestito latino che potrebbe suonare beffardo alle orecchie della …
Questo è il numero di sabato 2 maggio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Assicurano i più anziani a Palazzo che il momento peggiore per chi governa non è il giorno in cui perde le elezioni e quindi il potere. No, quello è in fin dei conti un giorno sopportabile, può persino avere un retrogusto liberatorio. Il momento peggiore è quello in cui si è ancora in carica e si realizza la sensazione che tutto sta per finire. Non è ancora finita. Anzi, potrebbe anche non finire, ma il solo pensiero che la possibilità sia ormai concreta si fa opprimente e intollerabile.
Un mese e mezzo fa Giorgia Meloni è passata in poche ore da una situazione di percepita solidità a uno stato di precarietà. È accaduto con il referendum, il passaggio elettorale che doveva intronarla e invece ha rintronato lei e i suoi alleati. Gli anglosassoni lo chiamano momentum, con un prestito latino che potrebbe suonare beffardo alle orecchie della destra gelosa delle tradizioni linguistiche. C’è il momentum positivo: una congiuntura di eventi che ti regala l’aura del vincitore. Ma c’è anche il momentum negativo: la nuvola di Fantozzi. Cambia l’aria, si inverte l’inerzia. Se qualcosa può andar storto, lo farà. Mentre prima ogni refolo spingeva la barca verso il sereno e la meta, improvvisamente anche una semplice folata diventa bufera. Si procede a vista. L’orizzonte è nuvolo. Ora lo dicono anche i sondaggi: per la prima volta il campo largo, o come diavolo deciderà di chiamarsi, è in leggerissimo vantaggio sulla coalizione di centrodestra.
Sono solo numeri virtuali, mai dimenticarlo, tuttavia con la legge elettorale ancora vigente, e che prevede una quota rilevante di collegi uninominali, questi numeri si tradurrebbero non in un pareggio, come vuole una radicata leggenda metropolitana, bensì in un successo chiaro del centrosinistra. Forse è per questo che a destra si torna a parlare con forza di cambiare la legge elettorale.
C’è stato un momento nel quale è stato chiaro il momentum che vive Meloni. È successo nel corso della conferenza stampa che ha seguito il Consiglio dei ministri di giovedì. La presidente del Consiglio si è presentata davanti ai giornalisti insieme al vicepremier Matteo Salvini per illustrare i fondamentali del piano casa appena varato in cdm. Al momento delle domande, com’era giusto e inevitabile, si sono però affacciati anche altri temi. Con un po’ di fatica Meloni li ha affrontati. È riuscita a tenere a freno l’insofferenza quando le è stato chiesto del caos Biennale, anche se non è stata abile a dissimulare come nei giorni belli. “Faccio fatica a seguire il verso di questa storia”, ha detto ed era già una deviazione dal manuale della risposta corretta. Non è mai bello per un capo di governo ammettere di non avere il controllo della situazione. Ma sull’ultima domanda Meloni non ce l’ha fatta. Un cronista di Rainews le ha domandato del caso Minetti. Il quesito era legittimo e posto senza forzature o malizie. Eppure Meloni, come si dice nel dialetto che conosce bene, ha sbroccato. Ma come, ha replicato mentre i decibel si alzavano insieme alla rabbia, io varo un grande piano casa e, invece di farmi parlare di questo, mi chiedete di Minetti? La sproporzione tra la reazione furente e il grado di pericolo della domanda, che avrebbe potuto essere aggirata con un po’ di politichese, era evidente. Troppo per non restituire la sensazione di un nervosismo che covava di suo, nascosto dal mestiere e da un autocontrollo non più così fermo. Poi si è saputo che anche nel corso del cdm c’erano stati momenti di tensione tra due ministri. Poca cosa, in tempi buoni. Brutto segno, in quelli meno.
Il potere, fin che è solido, è un grande collante. Può tenere insieme un partito filorusso e uno filoucraino. Una forza eterodiretta da una tycoon liberale e un'altra alleata dei neonazi tedeschi all’Europarlamento. Potrebbe tenere insieme, domani, persino Pd e M5S. Il problema è quando il potere comincia a sfuggire. Anche una semplice domanda su Minetti diventa insostenibile.