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Basta con i parlamentari eletti per grazia del capo

Giorgia Meloni insieme a Antonio Tajani e Matteo Salvini (ansa)

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L'introduzione delle preferenze non renderà buona una pessima legge elettorale. Ma avere tolto ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti ha peggiorato tanto la qualità della nostra politica
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Questo è il numero di venerdì 24 luglio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Non conosco un italiano che stia perdendo il sonno per la legge elettorale. Tuttavia, il disegno delle regole della contesa politica ha un impatto fortissimo sul buon funzionamento della democrazia. Lasciamo da parte per una volta un tema che pure è fondamentale, e cioè la frenesia con cui maggioranze di governo di segno diverso cambiano la legge elettorale ogni dieci anni. Un fatto che fa dell’Italia un caso unico al mondo. È un altro segno della nostra fragilità, è fin troppo chiaro. Non è però un caso se, in questa ansia di cambiare continuamente la legge elettorale, c’è stato un punto sul quale alla fine si è sempre arrivati a un accordo trasversale: le liste bloccate che privano gli elettori della possibilità di scegliere il proprio parlamentare. Giorgia Meloni sta ora cercando, tra molte ambiguità e compromessi al ribasso, di intr…

Questo è il numero di venerdì 24 luglio 2026 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Non conosco un italiano che stia perdendo il sonno per la legge elettorale. Tuttavia, il disegno delle regole della contesa politica ha un impatto fortissimo sul buon funzionamento della democrazia. Lasciamo da parte per una volta un tema che pure è fondamentale, e cioè la frenesia con cui maggioranze di governo di segno diverso cambiano la legge elettorale ogni dieci anni. Un fatto che fa dell’Italia un caso unico al mondo. È un altro segno della nostra fragilità, è fin troppo chiaro. Non è però un caso se, in questa ansia di cambiare continuamente la legge elettorale, c’è stato un punto sul quale alla fine si è sempre arrivati a un accordo trasversale: le liste bloccate che privano gli elettori della possibilità di scegliere il proprio parlamentare. Giorgia Meloni sta ora cercando, tra molte ambiguità e compromessi al ribasso, di introdurre le preferenze (per ora un qualcosa che un po' si avvicina) nel testo della riforma già approvata alla Camera. Riforma per il resto pessima a causa di molte ragioni, la prima delle quali è nell’introduzione di un premio di maggioranza che consegna tutto il banco a chi sa ammucchiare meglio proposte politiche non importa quanto coerenti e credibili.

Per dare ai cittadini facoltà di scelta di deputati e senatori sono possibili almeno un paio di buone soluzioni, le preferenze sono una di queste. Da vent’anni questa possibilità è preclusa con effetti molto sottovalutati sulla qualità delle nostre istituzioni rappresentative. Oggi il parlamentare deve la sua elezione a un atto di nomina del proprio capo politico. È sufficiente essere inseriti in lista al posto giusto per essere certi di avere il seggio. Un candidato potrebbe fare l’intera campagna elettorale seduto in poltrona e l’esito sarebbe comunque garantito. Questa prassi ha creato una selezione darwiniana al contrario: una specie che ha perso negli anni tutte le caratteristiche che dovrebbe avere un bravo rappresentante del popolo. Non avere necessità di procacciarsi i voti uno per uno sul territorio ha finito per creare una classe dirigente che, con poche eccezioni basate sulla buona volontà, non sa più cosa vuol dire cercare il consenso sul territorio, conoscerne i problemi, parlare con le persone. Tutte attività non più necessarie per essere eletti. Non solo: il parlamentare eletto per grazia ricevuta dal leader del suo partito sa che la sua ricandidatura non dipenderà dalla sua azione parlamentare. Sarà il suo grado di fedeltà alla linea il criterio dirimente. La disciplina di scuderia risulta più importante dell’intraprendenza legislativa. Con quale effetto, su un Parlamento ridotto ormai a luogo di conversione di decreti governativi, non è difficile capire. Nella vituperata Prima Repubblica il Parlamento ha varato, talvolta con maggioranze diverse da quella di governo, riforme come il servizio sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto, la legge Basaglia. Oggi non potrebbe mai accadere qualcosa del genere e una delle ragioni sta anche nella selezione dei parlamentari.

Le preferenze non trasformeranno una brutta riforma elettorale, come quella pensata dal governo, in un buon sistema. Ma tornare ad avere politici capaci di crescere ed entrare nelle istituzioni con un consenso vero e radicato sul territorio è un tema che tutti dovrebbero porsi. E che, alla lunga, potrebbe persino avere effetti positivi sul buon sonno degli italiani.

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