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Melonellum, le forzature per simulare il premierato e perché basta un Vannacci a farle fallire

Giovanni Donzelli e Galeazzo Bignami, i deputati che per Fratelli d'Italia hanno seguito la legge elettorale (lapresse)

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I tre fattori determinanti per la presa di governo e Quirinale. E la grande incognita del premio di maggioranza
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Questo è il numero di giovedì 16 luglio 2026 della newsletter La verità, vi prego. Per attivare l'iscrizione clicca qui.

“La legge elettorale è un inizio di premierato”. Parola del ministro ai rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Una riforma della Costituzione sotto mentite spoglie. Un tentativo, almeno. Il cimento estremo di una maggioranza larghissima e potentissima, che è riuscita a fallire i tre grandi obiettivi di legislatura: premierato, separazione delle carriere e autonomia. Ma a pochi mesi dalle elezioni, prova a metterci una pezza.

Il centrodestra non può fare più nulla per regalare agli elettori berlusconiani una nuova (e più debole) Giustizia, dopo la sonora bocciatura del referendum. E però via legge ordinaria è riuscito almeno a fiaccare i poteri di controllo della Corte dei conti, la magistratura contabile. Si è visto smontare dalla Consulta l’autonomia, vessillo leghista. E però approva in Parlamento pre-intese con le regioni del Nord che trasferiscono poteri non b…

Questo è il numero di giovedì 16 luglio 2026 della newsletter La verità, vi prego. Per attivare l'iscrizione clicca qui.

“La legge elettorale è un inizio di premierato”. Parola del ministro ai rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Una riforma della Costituzione sotto mentite spoglie. Un tentativo, almeno. Il cimento estremo di una maggioranza larghissima e potentissima, che è riuscita a fallire i tre grandi obiettivi di legislatura: premierato, separazione delle carriere e autonomia. Ma a pochi mesi dalle elezioni, prova a metterci una pezza.

Il centrodestra non può fare più nulla per regalare agli elettori berlusconiani una nuova (e più debole) Giustizia, dopo la sonora bocciatura del referendum. E però via legge ordinaria è riuscito almeno a fiaccare i poteri di controllo della Corte dei conti, la magistratura contabile. Si è visto smontare dalla Consulta l’autonomia, vessillo leghista. E però approva in Parlamento pre-intese con le regioni del Nord che trasferiscono poteri non banali in materie come la protezione civile o la gestione di alcune professioni a livello locale. Ha lasciato marcire in commissione il premierato, “la madre di tutte le riforme” di meloniana impronta, perché sommersa di critiche dai costituzionalisti ma soprattutto non condivisa nella stessa maggioranza. E però vara una nuova legge elettorale che, vantano i cantori del melonismo, “è un inizio di premierato”.

Vediamolo dunque, al tribolato traguardo del primo via libera parlamentare, questo inizio di premierato. Provando a separare la propaganda dai dati di fatto.

Sostiene Ciriani, ammantando la narrazione di Fratelli d’Italia delle migliori intenzioni, che con il Melonellum si abbozza uno dei principi cardine del premierato per come loro lo intendono: “Chi vince ha il diritto democraticamente di poter governare con una maggioranza sicura”. Il non detto è che già il Rosatellum, la legge elettorale in vigore, ha consentito alla leader di FdI di governare con una maggioranza amplissima (235 su 400 deputati, dopo l’uscita di 8 vannacciani) fino a porsi in testa alla classifica degli esecutivi più longevi della Repubblica, semplicemente perché ha vinto di tanto le elezioni nel 2022. Il Rosatellum promuove maggioranze forti e governi stabili? Non di principio. Basta una legge elettorale a svolgere questo compito? No.

Sostengono le opposizioni, a una voce: “Il Melonellum è pericoloso perché introduce il premierato sotto mentite spoglie e lo fa per indebolire la presidenza della Repubblica”. È davvero così? È questo l’effetto che può ottenere, nei fatti. Anche se può fallire l’obiettivo. Quindi: sì, ma non è neanche detto che funzioni.

Ecco perché. Sono tre i fattori principali che incidono sul meccanismo. Il primo, più importante: la legge assegna un premio di maggioranza per la coalizione vincente che può far guadagnare fino a 220 seggi alla Camera e 113 al Senato (cui si possono sommare i 12 delle circoscrizioni estere). Abbastanza per eleggere, dal terzo scrutinio, da soli il prossimo capo dello Stato, quando nel 2029 scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella. Ma non è solo questa la norma da tenere d’occhio, considerato che anche con il Rosatellum, se si vince di molto, si può godere di una maggioranza molto ampia, come accaduto a Meloni in questa legislatura.

Il secondo fattore dunque: i listini bloccati. Perché sia nelle circoscrizioni che per l’assegnazione dei centocinque seggi del premio i parlamentari eletti saranno quelli scelti dai leader di partito. E quindi: fedelissimi, devoti al capo, dipendenti da lui (o lei) in tutto e per tutto se vogliono avere un futuro politico. Oggi alla Camera e al Senato siedono anche donne e uomini che si sono dovuti sudare un seggio nella sfida di un collegio uninominale (si può obiettare che sono comunque indicati dai partiti, ma il collegio devono saperlo conquistare). Domani non sarà più così. Se il capo partito vorrà tentare per sé la scalata al Quirinale e mettere a palazzo Chigi un fedele esecutore, mortificando così il ruolo di garanzia del capo dello Stato, potrà farlo. A due anni dall’inizio della legislatura, difficile che sbatta contro l’ingratitudine dei suoi nominati.

Infine, non direttamente impattante ma significativo, c’è il terzo fattore: l’indicazione del nome del premier al momento della consegna delle liste. Una norma che rafforza ancor di più il leader della futura maggioranza, anche nel rapporto con il capo dello Stato. Tanto che i meloniani, per non incappare in una sicura bocciatura della Corte costituzionale, hanno dovuto mettere per iscritto che restano ferme le prerogative del presidente della Repubblica nella scelta del presidente del Consiglio. Un’evidente ipocrisia, fatta per salvare la prassi costituzionale.

Insomma, il principio di premierato c’è e non è sbagliato sostenere che vada nella direzione di indebolire il Quirinale. Resta un’enorme incognita, però. Perché per evitare un’altra sicura bocciatura della Consulta, Fratelli d’Italia ha dovuto inserire nel Melonellum una soglia del 42% per ottenere il premio di maggioranza e un tetto ai seggi che una singola coalizione può ottenere. Quindi sul funzionamento effettivo della nuova legge elettorale pende una grande variabile: che nessuna coalizione riesca a superare il 42% dei voti o che una coalizione raggiunga la soglia alla Camera ma non al Senato. In quel caso, infatti, il sistema diventa proporzionale puro e rende necessario un accordo tra i partiti in Parlamento per formare il governo. Nel gergo populista, quel tanto vituperato “inciucio” che Giorgia Meloni dice di voler sventare una volta per tutte. Quest’ultimo scenario non è affatto remoto: può bastare che Roberto Vannacci corra da solo e che il suo Futuro nazionale raggiunga davvero le percentuali che ora gli attribuiscono i sondaggi.

Ma poi, il Melonellum dalle grandi ambizioni, risulterà davvero conforme alla Costituzione? È più che probabile che un sistema fatto di sole liste bloccate incorra in una sonora bocciatura. E allora addio del tutto al principio di premierato.

I meloniani provano, insomma, a riscrivere con una legge ordinaria votata dalla sola maggioranza, l’equilibrio dei poteri che la Costituzione preserva. Che davvero riescano, è un’enorme scommessa.

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