Non basta la realtà e neanche il tempo a correggere una sparata propagandistica. Non bastano le leggi, figurarsi le sentenze. A nulla valgono spiegoni, fact checking, correzioni ripetute sui social, le tv, i giornali. Inutile affannarsi.
Lo prova un video che rimbalza sulle bacheche di Instagram, tra l’incredulità e lo scherno. È un frammento dell’intervista a SkyTg24 di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (sempre bene ricordare le stellette appuntate al petto), sette giorni esatti dopo l’ufficializzazione, il 15 luglio, della condanna definitiva di Mario Roggero per duplice omicidio. Una condanna cui si accompagna, per il gioielliere di Grinzane Cavour, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non può votare, tantomeno candidarsi. Eppure Salvini ha detto di volerlo candidare con la Lega. Con mossa lesta e, avrà pensato, furba: strappare l’orafo a Roberto Vannacci, che per primo ne ha indossato le magliette, e intestarsi un personaggio che s…
Non basta la realtà e neanche il tempo a correggere una sparata propagandistica. Non bastano le leggi, figurarsi le sentenze. A nulla valgono spiegoni, fact checking, correzioni ripetute sui social, le tv, i giornali. Inutile affannarsi.
Lo prova un video che rimbalza sulle bacheche di Instagram, tra l’incredulità e lo scherno. È un frammento dell’intervista a SkyTg24 di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (sempre bene ricordare le stellette appuntate al petto), sette giorni esatti dopo l’ufficializzazione, il 15 luglio, della condanna definitiva di Mario Roggero per duplice omicidio. Una condanna cui si accompagna, per il gioielliere di Grinzane Cavour, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non può votare, tantomeno candidarsi. Eppure Salvini ha detto di volerlo candidare con la Lega. Con mossa lesta e, avrà pensato, furba: strappare l’orafo a Roberto Vannacci, che per primo ne ha indossato le magliette, e intestarsi un personaggio che sui social ha più follower di tanti leader di partito.
Eppure lo sa ministro, che Roggero non può essere candidato. Come mai “questa boutade”?, domanda la giornalista Giovanna Pancheri nell’intervista del 22 luglio, una settimana dopo la sentenza. Come può Salvini ignorare le sentenze e pure quella legge Severino sull’incandidabilità per i condannati che fu applicata al suo amico condannato Silvio Berlusconi? Il leghista è collegato dal ministero, mostra un momento di esitazione. Poi si avvita in una risposta senza senso. “Bah, abbiamo detto che stiamo approfondendo tutti gli aspetti legali perché c’è anche una richiesta di grazia…”. Che però, l’obiezione scatta dallo studio, agisce sulla pena, non sulla condanna: può fare uscire Roggero dal carcere, non renderlo candidabile. “No, no, ma adesso valutiamo: semplicemente questo. Non sappiamo neanche qual è la data delle elezioni, non sappiamo neanche qual è la legge elettorale con cui si va a votare”. Ma cosa c’entra la legge elettorale?, vien da chiedersi. Salvini è già passato oltre, un fiume in piena. “… quindi evidentemente quando avremo tutti gli elementi per valutare decideremo. Se la legge non permette che si candidi, evidentemente non lo candideremo perché noi siamo rispettosi delle leggi di questo Stato a differenza di altri”.
Ecco, la legge non permette che si candidi. Una sentenza definitiva non permette che Roggero voti e possa votare. E il rispettoso leader della Lega, preferisce ignorarlo. “Valutiamo”, dice. Convinto probabilmente che l’impressione valga più della realtà. Un proposito dichiarato, una volontà inespressa, pesino più di quel che davvero sarà.
Ma non è l’errore, questo, di un leader in affanno, di un ministro in tilt per la necessità di rincorrere voti che fuggono e treni che arrancano. È un metodo, il riflesso incondizionato di una destra che – denunciano ormai anche i berlusconiani, che in quella coalizione si sono accomodati finora facendo finta di nulla – dà risposte populiste a sentimenti diffusi. Lo schema è noto, perché reiterato.
Atto primo: criticare la sentenza e se serve delegittimare chi l’ha scritta. Atto secondo: annunciare o approvare un nuovo reato o una norma purchessia. Atto terzo: forzare ogni altra legge o procedura utile alla narrazione.
Nel caso Roggero. Atto primo: “Per Roggero si invoca comprensione umana. Merita 14 anni? Secondo me no”, dice Salvini. “Non si possono dare 8 anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene”, entra nel merito Giorgia Meloni. E fa niente se in tre gradi di giudizio, esclusa la legittima difesa, si è arrivati a irrogare all’orafo – come ha fatto notare il penalista Giandomenico Caiazza sul Foglio - la pena più lieve possibile per due omicidi riusciti e un terzo tentato: quattordici anni e nove mesi. Non basta, a chi vuol dimostrare all’opinione pubblica di aver sposato la crociata del gioielliere incensurato che uccide i ladri criminali e finisce ingiustamente in carcere. “Ma siamo sicuri che in quel momento fosse capace di intendere?”, si immerge nel caso la presidente del Consiglio, fino a ergersi a estremo giudice e affermare, neanche troppo implicitamente, che la condanna di tre corti è stata quantomeno superficiale.
Atto secondo: i meloniani propongono di negare il risarcimento a chi subisce danni mentre compie un reato, con norma discutibile e al limite della costituzionalità. I salviniani rilanciano e presentano una legge per permettere a tutti di sparare a chi ti entri armato in casa o nel negozio “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Difesa sempre legittima. Il far west, è stato detto tanto giustamente, che anche i meloniani si sono dissociati dalla proposta. “Non è vero”, risponde Salvini, come se negare bastasse a rendere accettabile una norma contro logica e Costituzione.
Atto terzo: forzare, forzare, forzare. Per dare l’impressione che si fa qualcosa. Candidare un incandidabile, l’idea venuta a Salvini. Chiedere al ministro della Giustizia – l’iniziativa di Meloni - di avviare l’iter per la grazia al gioielliere, subito, prima ancora che vengano pubblicate le motivazioni della sentenza. Ma non si può fare, obiettano i giuristi: la clemenza non può diventare un quarto grado di giudizio, può servire a ridurre o a cancellare la pena in carcere per ragioni umanitarie, non ad annullare la condanna. E soprattutto: la grazia compete al presidente della Repubblica, non al ministro della Giustizia, neanche se obbedisce a un input del capo del governo.
Eccolo, il metodo. Non certo una scoperta di questa newsletter. Perché ogni dettaglio è noto, ogni vizio è stato denunciato, ogni aspetto sviscerato. Alla propaganda di governo hanno risposto sbigottiti o indignati giuristi, accademici, semplici opinionisti. All’improvvida iniziativa del ministro della Giustizia ha reagito in prima persona il presidente della Repubblica. Nulla però ha potuto invertire la narrazione, frenare la rincorsa a intestarsi l’influencer Roggero, ignorando la vicenda di un uomo e delle sue vittime, sviscerata in tre gradi di giudizio. Nulla hanno potuto le leggi, le sentenze e i dati di realtà. Vince la propaganda.