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Lamentava Silvio Berlusconi, alle battute finali del suo ultimo governo, nel fatidico 2011, che se non era riuscito a realizzare quel che voleva, come voleva, era sicuramente colpa dei giudici. Ma aggiungeva che la colpa era anche del Parlamento. I giornalisti che allora ascoltavano ogni suo discorso, in attesa della ennesima sparata, la conoscevano a memoria, la metafora dell’ippopotamo. “Quando un disegno di legge esce dal Consiglio dei ministri è un focoso destriero purosangue, quando la legge esce dall’approvazione parlamentare è un ippopotamo”, divertiva il suo pubblico il Cavaliere. La creatura partorita dalla sua mente, un focoso purosangue, trasformata in un inguardabile ippopotamo da discussioni ed emendamenti parlamentari. Sfigurata. Il suo provvedimento usciva dalle Camere ammansito e imbolsito. Vanificato.
Giorgia Meloni non si è mai sognata di dire null…
Questo è il numero di giovedì 1 ottobre 2026 della newsletter La verità, vi prego. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
Lamentava Silvio Berlusconi, alle battute finali del suo ultimo governo, nel fatidico 2011, che se non era riuscito a realizzare quel che voleva, come voleva, era sicuramente colpa dei giudici. Ma aggiungeva che la colpa era anche del Parlamento. I giornalisti che allora ascoltavano ogni suo discorso, in attesa della ennesima sparata, la conoscevano a memoria, la metafora dell’ippopotamo. “Quando un disegno di legge esce dal Consiglio dei ministri è un focoso destriero purosangue, quando la legge esce dall’approvazione parlamentare è un ippopotamo”, divertiva il suo pubblico il Cavaliere. La creatura partorita dalla sua mente, un focoso purosangue, trasformata in un inguardabile ippopotamo da discussioni ed emendamenti parlamentari. Sfigurata. Il suo provvedimento usciva dalle Camere ammansito e imbolsito. Vanificato.
Giorgia Meloni non si è mai sognata di dire nulla di simile, lei che prima di diventare presidente del Consiglio ha abitato il Parlamento per quindici anni. Eppure a ben guardare, mentre batteva il record di longevità dei governi Berlusconi, la leader della destra italiana riusciva anche dove il leader di Forza Italia aveva fallito: concentrare nell’esecutivo una quota preponderante dell’attività legislativa. Sottrarre alle Camere l’iniziativa delle leggi, decidere anche gli emendamenti. Provvedimenti purosangue prima e dopo. E addio ippopotami.
Una fotografia delle cose, su cui questa newsletter già in passato si era soffermata, è nell’analisi della produzione legislativa che periodicamente la Camera pubblica sul suo sito. L’ultima porta la data del 16 settembre. E sentenzia in sostanza che da quando c’è il governo a guida Fratelli d’Italia tre leggi su quattro le hanno prodotte presidenza del Consiglio e ministeri. Il potere esecutivo scrive le leggi, il potere legislativo per lo più le ratifica. Tre leggi su quattro.
Ma non solo. Quelle leggi sono le più importanti, pesanti, incisive. Provvedimenti di spesa, riforme di sistema (tentate più che riuscite, se si pensa alla separazione delle carriere e all’autonomia), interventi su specifici settori. Lo dimostrano i titoli dei provvedimenti, che è possibile sfogliare sul sito della Camera, ma anche un dato all’apparenza residuale, puramente lessicale: la produzione delle parole. Il dato è questo: in quattro anni fanno capo al governo quasi due milioni di parole contenute in ddl e decreti e quindi diventate legge. Le Camere se ne sono intestate appena novantamila. Una su ventidue, il cinque per cento: 1.976.457 per il governo, 89.141 per il Parlamento. Tutto e niente.
Meloni sublima una tendenza, sia detto chiaro, fuor di qualsiasi metafora. I governi degli anni Duemila sono stati sempre più preponderanti sui loro Parlamenti. Fino a sottrargli gran parte del potere legislativo, sommergendoli di decreti e facendo ricorso a frequenti voti di fiducia per tagliare il dibattito. Settantadue quelli chiesti finora dalla destra, un numero enorme, anche se i governi tecnici di Monti e Draghi sono gli esecutivi che detengono il record di frequenza del ricorso alla fiducia in rapporto ai giorni di mandato. In più, c’è che dai giorni dell’emergenza Covid è invalsa la tendenza a concentrare l’iter dei provvedimenti in un solo ramo del Parlamento, cui è lasciato l’esame effettivo e la possibilità di emendare, mentre l’altro si limita a ratificare. Avviene anche per le leggi di bilancio, che per complessità e mole degli interessi in ballo meriterebbero ben altra attenzione e partecipazione dei rappresentanti degli elettori.
Ma torniamo ai dati del rapporto. Mostrano la subalternità di Camera e Senato all’esecutivo in diversi altri modi. Le leggi di iniziativa parlamentare sono marginali per numero (23,6% del totale), più brevi, meno articolate, meno conflittuali perché a più basso impatto (istituzione di giornate celebrative, ratifiche di trattati internazionali, ad esempio). Su 351 leggi approvate nella legislatura, 263 sono di iniziativa governativa (il 74,9%, di cui il 34% è costituito da 120 decreti legge), 83 di iniziativa parlamentare (il 23,6%), una di iniziativa popolare (per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese), una di iniziativa regionale (lo Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia) e tre di iniziativa mista.
E ci fermiamo qui con i numeri, perché non finiscano per confondere. Proviamo ad andare alle cause del fenomeno. Sicuramente più d’una, vista la degenerazione costante nel tempo. Tra le cause c’è però di sicuro la scarsa autonomia dialettica e politica dei gruppi parlamentari. Per colpa della legge elettorale. Per farla semplice: i leader dei partiti fanno le liste elettorali e decidono chi viene eletto, i parlamentari hanno con loro un debito di riconoscenza e fedeltà e difficilmente mettono in discussione le loro proposte. Dal Porcellum in giù, la legge porcata di Roberto Calderoli datata 2005, liste bloccate e gruppi asserviti al leader di turno hanno cambiato la fisionomia del Parlamento. Fino all’oggi. A partiti di governo diventati monoliti, con dissenso interno ridotto all’osso. Risultato: i parlamentari alzano il ditino sempre meno spesso per chiedere di cambiare una norma scritta a palazzo Chigi. O se lo fanno, vedono prevalere la soverchiante maggioranza.
La legge elettorale che oggi si vota a Montecitorio non cambia lo stato delle cose. Anzi. È una legge che blinda la rappresentanza parlamentare e inoltre con l’indicazione del candidato premier e l’introduzione del premio di maggioranza aumenta la forza dei governi futuri. Quanto alla scelta dei parlamentari, Meloni vanta di aver introdotto le preferenze. Ma tace il dato incontrovertibile che la norma da lei introdotta non restituisce vero potere agli elettori: ci sono capilista bloccati e semi-preferenze, con scelta a crocette di tre nomi nell’ambito di un listino di sei. L’effetto è che solo i partiti più grandi eleggeranno qualche parlamentare con le semi-preferenze, premiando chi è più gradito dagli elettori, ma i partiti piccoli porteranno alla Camera solo i capilista bloccati. E le donne saranno penalizzate, non garantendo la legge adeguata rappresentanza di genere.
Ci hanno provato le donne a esprimere il loro dissenso, bocciando nel voto segreto la riforma in prima lettura. Ci riproveranno, forse, in questo passaggio finale. Comunque vada, però, non c’è alcun segnale che inverta la tendenza. Lunga vita ai governi, il Parlamento è lì per servirli.