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Le tante campagne del no che hanno spinto la rimonta

Scrutinio referendum a Milano
Scrutinio referendum a Milano 
Solo a metà gennaio, il vantaggio medio del sì sfiorava i 20 punti percentuali

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La vittoria del no, superiore a ogni aspettativa, coincide con la storia di una rimonta rapida, rapidissima. Solo a metà gennaio, il vantaggio medio del sì sfiorava i 20 punti percentuali. Il fronte del no sembrava recuperare in uno scenario di affluenza bassa, mentre frenava con una simulazione di affluenza più elevata, attorno al 50%. Tuttavia, da quel momento i contrari alla riforma hanno iniziato un trend di crescita importante. E l’affluenza di ieri e oggi si è rivelata superiore a molte simulazioni: “troppo” alta per uno schieramento a sostegno del sì molto schiacciato su un governo impopolare, al 32% di gradimento tra gli italiani secondo l’ultimo sondaggio Youtrend.

Ma come è avvenuta questa rimonta?

Anzitutto, la politicizzazione è stata decisiva. Ha mobilitato gli scontenti, andando ben oltre i progressisti, intercettando per la prima volta dopo tanto tempo segmenti elettorali che alle urne non si affacciavano più. Elettori che non si fidano più dei partiti, ma che sentono il richiamo “della difesa della Carta Costituzionale”.

Il centrodestra ha sicuramente avuto un ruolo nel trionfo del no. In una prima fase ha tenuto toni bassi, senza strutturare una campagna organizzata e coordinata; successivamente ha inseguito gli avversari sul terreno della polarizzazione, contrapponendo al frame del “voto contro il governo” una cornice meno efficace, come quella del “voto contro la magistratura”. che poteva intercettare la base conservatrice, non l’elettorato più lontano. La discesa in campo di Meloni non è stata neutra: la premier ha cercato di abbassare i toni spiegando la riforma, lavorando sui contenuti, per “ampliare la platea”, per cercare consensi oltre gli steccati di coalizione, senza trascurare attacchi agli avversari per polarizzare. Contestualmente, però, è stata in parte oscurata da uscite scomposte e aggressive di esponenti della coalizione, che da un lato hanno tolto centralità alle sue comunicazioni, dall’altro hanno evidenziato una preoccupante assenza di coordinamento interna. Pochi messaggi, molto incoerenti tra loro.

Il no invece ha costruito una campagna solida. O meglio, più campagne solide. Tante campagne diverse, dirette a segmenti diversi. I partiti, i comitati, la società civile. Campagne diverse, parallele, con messaggi coerenti, targetizzati per pubblici diversi, che hanno mobilitato segmenti diversi.Infine, una grande chiave del vantaggio iniziale del sì ha coinciso con il sostegno alla riforma di buona parte del Terzo polo e di un pezzo di riformisti di centrosinistra. La polarizzazione ha limitato questo fenomeno, e la discesa in campo finale di Giorgia Meloni ha ulteriormente limitato l’erosione di consensi progressisti da parte del sì.

Un referendum che sulla carta sembrava “facile” per il centrodestra si è rivelato invece l’ennesima trappola per un governo sulla carta “forte”. Non solo la sconfitta giunge inattesa per Meloni e i conservatori, ma diventa pesantissima se si valuta anche il dato enorme di partecipazione registrato in questi due giorni. Un’affluenza simile a un anno dal voto dice chiaramente che l’elettorato potenziale per un’alternativa progressista al centrodestra già c’è. Mobilitarlo di nuovo e tenerlo unito non sarà semplice, ma lo spazio elettorale per un’alternativa si vede, ed è più ampio delle previsioni di molti.

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