Provate a chiedere a un gatto di mettersi in posa accanto a voi per fare una fotografia. Impossibile. E questo nonostante la loro vanità. I gatti, come ogni creatura dotata di saggezza, sanno che la bellezza e la felicità sono la stessa cosa. E la felicità coincide con la possibilità di farsi esattamente gli affari propri. Sembrano tutti uguali, i gatti, hanno musi e dimensioni simili. Se incontri per strada una cosa che somiglia a un gatto, quasi sempre è un gatto. Diversamente da quanto avviene per i cani. Immaginate il solito marziano che veda una fotografia in cui sono ritratti un chihuahua, un bovaro, un levriero e un bull dog francese. Difficile convincerlo che si tratta della stessa razza. Come il celebre paradosso dell’ombrello, quanta roba si può togliere perché un cane posso ancora essere riconosciuto come un cane? Quand’è che un cane può essere considerato più verosimilmente un topo, o un orso, o una faina? I gatti invece hanno questa loro inoppugnabile gattitudine, che deriva più da una predisposizione metafisica che dalla forma del corpo.
Si somigliano tutti, perché afferiscono alla stessa idea, altissima, di sé. O almeno, questo è quello che sembra a una prima occhiata sgraziata e rumorosa come può essere la nostra. Studiandoli, ci si accorge che un gatto e un altro gatto possono essere molto diversi e si differenziano l’uno dall’altro in virtù di uno speciale talento, un’attitudine che potrebbe essere considerata persino una raffinata forma di umiltà: la capacità di adeguarsi morfologicamente al loro padrone. Non come i cani, che talvolta ci imitano. I gatti si appropriano della nostra intima personalità e la riproducono nelle pose, nello sguardo. Ci studiano, proprio quando noi immaginiamo che stiano ronfando sui cuscini, accumulano informazioni e al momento buono, per esempio quando li prendiamo in braccio costringendoli a farsi fotografare (cosa che, come abbiamo già spiegato, i gatti non amano affatto), sanno diventare noi. O anche niente, come il gatto del Cheshire. Ma soprattutto noi. Stesso naso, stessa espressione. È un gioco, è il senso dell’umorismo dei gatti difficile da afferrare per noi. E forse anche un piccolo regalo che ci fanno. In cambio di tutto il nostro amore, la devozione che coltiviamo nei loro confronti, loro, di tanto in tanto, diventano noi. Probabile che questo significhi qualcosa di più di quel che noi riusciamo a comprendere, probabile anche che i gatti trovino fastidioso che noi non riusciamo a comprenderlo. Ma di nuovo si tratta di avere pazienza: loro capiscono le cose profonde del mondo ma noi sappiamo fare i cuscini.
I ritratti
Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni hanno collaborato negli ultimi anni a vari progetti fotografici, pubblicando tra l’altro su Time, Newsweek, Cnn, Der Spiegel. Insieme hanno firmato tre libri (uno dedicato al quartiere Forcella di Napoli), e hanno lavorato a documentari sulla migrazione lungo la rotta balcanica, sui pellegrinaggi religiosi e sulle aree inquinate in Italia