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La donna che archivia il mondo
di MICHELE SMARGIASSI - foto di DAYANITA SINGH*In mostra a Bologna i lavori di Dayanita Singh l’India dal punto di vista dei suoi infiniti scaffali. GUARDA: Tutti i reportage fotografici di R2
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L’India trova spesso nomi dolci per realtà aspre. La burocrazia indiana, cocktail micidiale di pedanterie britanniche e eternità orientali, è babu- raj, il regno del babu, l’impiegato minuto — i francesi lo chiamano travet — che anche nell’era digitale abita fra torri di fascicoli e labirinti di faldoni. Per quel mondo di carte Dayanita Singh, signora della fotografia indiana, confessa «una speciale attrazione, sarà la polvere, l’atmosfera secca, sarà quell’odore di carta invecchiata che per Saramago sta fra la rosa e il crisantemo, sarà perché io stessa sono archivista fino alla disfunzione psicologica, per me tutto deve avere un’etichetta e andare dentro una busta che va dentro una scatola che va dentro una cassa… Non ho scelta, ho sempre fotografato archivi e devo continuare». Le sue fotografie degli antri caotici pieni di fascicoli sembrano davvero confermare quell’idea dell’India che aveva John Kenneth Galbraith, come di una “anarchia funzionante”.
Ma anche in Italia, dove è ora per la sua mostra al Mast di Bologna, si è fatta aprire in diverse città le porte di quei recessi polverosi.
Dunque, come tutto il suo lavoro, anche questo affonda le radici nella madre India ma non parla solo dell’India. Da molti anni Singh rifiuta i cliché turistico-coloniali che incatenano il suo paese a un immaginario di folclore colore e povertà. I suoi primi reportage, negli anni Novanta, già mostravano al mondo (in bianco e nero!) un’India prismatica e mobile. Poi un giorno la mandarono a fare il ritratto della famiglia Bajaj, straricchi produttori dello scooter più popolare del subcontinente. I tycoon del motorino non la presero sul serio, racconta: era una donna. La dirottarono a fare una passeggiata in fabbrica. E lì, la folgorazione: migliaia di moto allineate, l’ebbrezza della serialità, il fascino della grande macchina che fa macchine. Si innamorò delle macchine. Per lei «hanno una personalità, c’è la donna, la giovane, l’anziana...». Cominciò a raccoglierne le immagini, una per una, a farne collezione e censimento. Da allora, Singh è archivista dell’esistente, museografa della cultura materiale. Li chiama appunto musei i mobili di legno che lei stessa fa costruire, griglie espositive dove colloca in modo ordinato le sue serie. In mostra a Bologna trovate il Museo delle Macchine, il Museo delle Cucine Industriali, il Museo dell’Ufficio.
Sono mobili-musei e musei mobili, perché lei cambia continuamente ordine e posto alle immagini, ne nasconde alcune, ne tira fuori di nuove, ripiega gli espositori: se tornate due volte non troverete più la stessa mostra. I musei di Singh non sono classici musei, lei si diverte a rompere le barriere, neppure i suoi libri sono veramente libri (fa impazzire ed entusiasmare il suo editore Steidl, a cui ha imposto che un suo libro avesse 88 copertine diverse, una per ogni foto che contiene). Così il File Museum di Singh, la sua serie di fotografie sugli archivi, non ci parla solo dell’India, né solo dell’archivio, forse ci parla del modo in cui la mente classifica il mondo e di come la fotografia l’aiuta a farlo, ci parla della vertigine della tassonomia, della finta scientificità di ogni classificazione, perché gli archivi vivono, si muovono, cambiano forma dentro e fuori di noi. Ci parla del mistero della memoria che inghiotte, dimentica e riscopre le storie segrete che contiene.
Sono mobili-musei e musei mobili, perché lei cambia continuamente ordine e posto alle immagini, ne nasconde alcune, ne tira fuori di nuove, ripiega gli espositori: se tornate due volte non troverete più la stessa mostra. I musei di Singh non sono classici musei, lei si diverte a rompere le barriere, neppure i suoi libri sono veramente libri (fa impazzire ed entusiasmare il suo editore Steidl, a cui ha imposto che un suo libro avesse 88 copertine diverse, una per ogni foto che contiene). Così il File Museum di Singh, la sua serie di fotografie sugli archivi, non ci parla solo dell’India, né solo dell’archivio, forse ci parla del modo in cui la mente classifica il mondo e di come la fotografia l’aiuta a farlo, ci parla della vertigine della tassonomia, della finta scientificità di ogni classificazione, perché gli archivi vivono, si muovono, cambiano forma dentro e fuori di noi. Ci parla del mistero della memoria che inghiotte, dimentica e riscopre le storie segrete che contiene.
DAYANITA SINGH*
Dayanita Singh è una delle maggiori protagoniste della fotografia indiana. In mostra al Mast, il museo della fotografia industriale di Bologna, fino all’ 8 gennaio 2017. Il titolo della mostra è Dayanita Singh: Museum of Machines Nata nel 1961 a New Delhi