R2 Foto Rep

Le plongeur du Pont d’Iena, Parigi, 1945 ( © Atelier Robert Doisneau) 

Il voyeur che fotografava all’imperfetto

Per Robert Doisneau rubare un’immagine era come chiedere "signor boia, per favore, ancora un istante". GUARDA: Tutti i reportage fotografici di R2

2 minuti di lettura
Mademoiselle Anita, Parigi, 1951( © Atelier Robert Doisneau) 
L’information scolaire, 1956 ( © Atelier Robert Doisneau / Gamma Rapho) 
 
Alberto Giacometti, 1957 ( © Atelier Robert Doisneau / Gamma Rapho) 
 
Les frès, rue du Docteur Lecène, 1934 ( © Atelier Robert Doisneau) 
 
Le baiser de l’Hôtel de ville, 1950 (© Atelier Robert Doisneau) 

Io fotografavo. La vita di Robert Doisneau si può riassumere in un solo verbo, coniugato nel più dolce dei tempi verbali. Scrisse di lui il suo grande amico poeta Jacques Prévert, in versi: “è sempre all’imperfetto dell’obiettivo / che coniuga il verbo fotografare”. L’imperfetto è il tempo del gioco dei bambini, della nostalgia dei vecchi, un tempo non perfetto, cioè sempre un po’ inferiore a quel che promette. E che proprio per questo ti lascia il desiderio di vedere di più: per Doisneau la fotografia migliore era sempre la prossima, e fotografare era «come chiedere: signor boia, per favore, ancora un istante». Il grande voyeur della vita minuta, l’etnologo timido di un secolo francese, cominciò «quando la fotografia era di legno» e fece in tempo a sbirciare quella fatta di numerini in una memoria di silicio. Mai un dubbio sulla vocazione: «Ditemi voi quale altro mestiere mi avrebbe potuto portare nello zoo di Vincennes e subito dopo nello studio di Picasso». Per nulla intimidito da quelli che disprezzavano i foutus- graphes, vagabondi da marciapiede o da bistrot. Doisneau ci viveva, nei bistrot, soprattutto Chez Fraysse, rue de Seine, e ne fece il palcoscenico dei personaggi più celebri della sua commedia umana, la ragazza col bicchiere di vino, il tenero ubriacone Coco, l’ammaliante suonatrice di fisarmonica… Reporter riluttante, non riusciva ad allontanarsi da casa per più di tre giorni: «perché andare a fotografare all’estero dove ci sono già persone che lo sanno fare benissimo da soli?». Allora convocò il mondo dentro i boulevard di Parigi, e ne fece un poema.
 
Pescare Icone da sessant’anni dei suoi sguardi, come quelle esposte ora a Bard, non è difficile. Ma prima di morire, nel ’94, tenne a dire che quel poema non era premeditato. «I miei sono documenti apocrifi».
 
Fotografia umanista: l’etichetta è nata con lui. Traversò una guerra, la più umiliante per la sua Parigi: ma non volle scattare «foto che sudano sangue». Disse, all’imperfetto: «Il mondo che cercavo di far vedere era un mondo dove stavo bene, dove la gente era gentile e dove trovavo la tenerezza di cui avevo bisogno. Le mie fotografie volevano dimostrare che un mondo del genere poteva esistere». Trovò anche chi pretendeva da lui che fosse più engagé, socialmente impegnato, e lui, simpatizzante comunista, rispondeva: «Questo lo fanno meglio i sindacalisti, io aiuto la gente a modo mio. La mia militanza è la fotografia, perché l’occhio è di tutti, l’occhio è lo strumento dei poveri».

Un cacciatore o meglio, diceva, un pescatore (ci vuole più pazienza) di bohneur
militante. Anche a costo di aiutare un po’ la realtà ad essere più “tenera”, organizzando qualche piccola commedia davanti all’obiettivo: alcune confessate subito (il pittore da cavalletto che dipinge un incongruo nudo sul Pont des Arts), altre più a fatica (quel Bacio dell’Hotel de Ville, la cartolina più venduta al mondo, per la quale ingaggiò due attori). Ma Parigi era generosa di icone spontanee, non gli bastò che camminare, camminare molto, per farne raccolta: giochi di bambini, prodezze in riva alla Senna, momenti di quello che un altro grande parigino, Georges Perec, avrebbe chiamato l’infraordinario. La sua Parigi è forse addolcita, certo provvisoria, e questo Doisneau lo sapeva. Contava su quell’”attimo di eternità” (sempre Prévert, suo fornitore preferito di metafore) che dura il tempo di uno scatto d’otturatore per rallentare il decadimento delle cose. Gli piaceva pensare che l’universo parigino che aveva un po’ visto e un po’ creato «continuerà ad esistere ancora per un po’ dopo la mia morte, e poi si dissolverà lentamente, dolcemente».

*LA MOSTRA
Robert Doisneau. Icônes, a cura dell’Atelier Robert Doisneau di Parigi e dell’Associazione Forte di Bard, è la mostra in corso fino al prossimo primo maggio al Forte di Bard, in Valle d’ Aosta. L’esposizione presenta una selezione di fotografie realizzate dal grande maestro francese (1912-1994) della fotografia umanista