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WASHINGTON
Nella foto Barack Obama mentre riceve nel 2015 a Camp David i leader dei sei Paesi del Golfo ( Arabia Saudita, Abu Dhabi, Bahrain, Oman, Kuwait e Qatar) dopo le tensioni per l’accordo nucleare con l’Iran
AP Foto/Andrew Harnik (ap)

Trumplandia seppellisce il sobrio rifugio di Camp David

"Bel posto, ma dopo mezz'ora ci si annoia a morte" dice The Donald liquidando decenni di storia della residenza presidenziale immersa nei boschi voluta da Roosevelt a 100 chilometri da Washington. Tutti i reportage fotografici di R2

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Il presidente americano Jimmy Carter con il presidente egiziano Anwar al Sadat e il premier israeliano Menachem Begin nel 1978 prima dei celebri “ accordi di Camp David”.
AP Foto (ap)
 
Il Presidente Dwight D. Eisenhower al Camp David, nel Maryland.
Corbis via Getty Images 

Il presidente John Fitzgerald Kennedy con il predecessore Dwight Eisenhower nel 1961 dopo la crisi con Cuba
Foto Getty 

La lussuosa sala delle conferenze stampa del resort utilizzata soprattutto in campagna elettorale.
AP Foto/Gerald Herbert (ap)

Bill Clinton con il leader palestinese Yasser Arafat nel 2000.
Foto David Scul, Newsmakers
 

Donald Trump e il suo staff a Mar-a-Lago resort a Palm Beach, Florida. (20-02-2017)
AFP PHOTO / NICHOLAS KAMM (afp)

Donald e Ivanka Trump al Mar-a-Lago resort a Palm Beach, Florida, (11-02-2017)
AFP PHOTO / NICHOLAS KAMM (afp)

Trump mentre partecipa al karaoke durante una festa nel 2005 

La villa del resort di Donald Trump a Mar-a-Lago, vicino a Palm Beach, in Florida
FOTO: ©DAVIDOFF STUDIOS/GETTY IMAGES 

Lontano appena 100 chilometri dalla Casa Bianca, ma distante 100 anni luce dal mondo placcato oro di Donald Trump, Camp David, il rustico rifugio presidenziale nei monti Appalachiani, langue nel disprezzo del nuovo inquilino che nuota nel kitsch. "Bel posto - ha detto il miliardario che disdegna tutto ciò che non glitter, che non luccica - ma dopo mezz'ora ci si annoia a morte".
Trump ha ragione, perché quella che lui definisce come "noia" è esattamente la ragion d'essere di questo villaggio esclusivo di baite, sentieri, piste ciclabili, querce, aceri, noci, betulle, larici sparso per un chilometro quadrato sui fianchi dei Monti Catoctin. Fu creato per calmare i nervi perennemente tesi dei Presidenti e offrire un luogo di riflessione per loro e per i loro ospiti internazionali, lontani dalla pentola a pressione della Casa Bianca.
Camp David è ombra. Trumplandia è luce abbagliante. Non è neppure un villaggio, ma è una nave di terra, ancorata a 600 metri di altezza e assegnata alle cure e al comando della US Navy, alla quale il creatore Franklin Delano Roosevelt la affidò nel 1942, costruendola su ordine dei medici che consigliavano aria leggera di mezza montagna per la sua bronchite cronica. Il nome ufficiale, trasformato dall'originale Shangri-La voluto da FDR per dargli un tocco poetico al più prosaico Camp David imposto da Eisenhower in onore del nipotino, è infatti NSF Camp David, Base Navale di Supporto.
All'altro estremo dell'universo, al polo opposto della rappresentazione del potere, recita Donald. La riservatezza quasi monastica, la sobrietà spartana degli arredi, sono anatema per un uomo che ha fatto della pacchianeria kitsch il proprio stile vincente. Non ci sono i lavabi placcati oro a 24 carati che adornano le toilette del suo Boeing privato 757 e le rubinetterie nei suoi castelli sparsi nel mondo. L'architettura, ispirata dalle log cabin, le casette di tronchi da pioniere, è francescana se paragonata al castello di Mar-a-Lago, a Palm Beach, dove per entrare si deve versare al padrone, cioè a lui, un'iscrizione da 200 mila dollari una tantum e 20mila di quota annuale, ma si ha il privilegio di guardare il Grand'Uomo che cena con capi di governo stranieri, come il giapponese Shinzo Abe. Anche la vista a Camp David, chiusa dalle corrucciate montagne Catoctin scelte perché nel fondo della roccia si poterono scavare rifugi anti atomici, non può competere con la Manhattan stesa ai piedi dell'appartamento nella Trump Tower. Dal quale Donald, fra mobilio tardo borbonico e tappezzerie Luigi XIV, può immaginare tutta New York ai suoi piedi.
C'è troppa storia, ci sono troppi confronti pesanti per un vanesio che si esprime a cinguettii di 140 caratteri su Twitter. Passeggiano e si agitano gli spettri di Winston Churchill, che vinceva la noia prosciugando bottiglie di Scotch, di Rabin, Sadat, Arafat di fatto sequestrati per costringerli a firmare accordi soltanto per fuggire, di Breznev, che scorrazzava per le strade di montagna al volante della Cadillac nuova regalata da Nixon, di vertici G8, di Kennedy con John John per mano, di Reagan a cavallo nei boschi, di notti insonni attorno a mappe dell'Afghanistan per trovare una risposta all'infamia dell'11 settembre. E qualche pausa comica, come l'indimenticabile recita in inglese maccheronico di Silvio Berlusconi per ringraziare George W. Bush dell'invito.
In 30 giorni di Presidenza, Trump ha ignorato Camp David, che dista 20 minuti in elicottero dalla Casa Bianca, preferendo tre weekend nella sua Trumplandia a Palm Beach a bordo dell'Air Force One che costa al contribuenti 200 mila dollari ogni 60 minuti in aria. La nave tra i monti è alla deriva, colpevole di essere troppo seria, troppo fredda, come lamentava anche Obama che la evitava, troppo deprimente per un settantenne agitato come il President Orange. E due volte deprimente, perché fu voluta da Roosevelt come opera pubblica anti Depressione economica. Monumento a un'epoca, a una cultura politica distanti come le pareti di tronchi dai broccati borbonici del nuovo Re Sole.