Eppure fece resistenza, fino all'ultimo, al ruolo che la storia gli aveva assegnato, ovvero essere un grande fotoreporter, il primo e forse ancora insuperato interprete della sofferenza dei deboli e degli invisibili. La parola stessa, fotoreporter, gli faceva ribrezzo. In Corea, con una foto impietosa prese le distanze dal mucchio selvaggio del colleghi, "iene sul campo di battaglia". Ma quando Robert Capa lo chiamò nella sua Magnum, covo di "avventurieri con coscienza", accettò senza esitare. Lavorò per grandi testate, da Life in giù. I rotocalchi pretelevisivi erano affamati di storie, pubblicavano "praticamente tutto", il mondo era in ginocchio, Bischof si era imposto di farlo vedere e lo fece, dal Bihar indiano devastato dalla carestia al Giappone ancora fiero, all'America vincitrice che invece non gli piacque affatto, che trovò "brutale ed egoista". Quando era partito, preoccupato per il suo passato di fotografo di oggetti inanimati, "mettici delle persone" gli aveva raccomandato l'amico Arnold Kübler, fondatore di Du, la rivista illustrata svizzera che gli pubblicò i primi reportage. Consiglio superfluo: Bischof fu il prototipo del fotografo umanista, "uomo assoluto" nella definizione dell'amico fraterno Ernst Haas, e aveva una missione: "voglio raccontare come l'Europa educherà la prossima generazione, come la tirerà fuori dalle macerie". Cominciò dai paesi sconfitti, Germania, Ungheria e venne anche in Italia, dove conobbe sua moglie Rosellina. Per la grande retrospettiva veneziana, alla casa dei Tre Oci, il figlio Marco (in questi giorni in Perù sulle tracce del padre) ha recuperato negli archivi una ventina di immagini italiane inedite. Sotto le Alpi, lo sguardo di Bischof prende una inflessione meno drammatica. L'Italia è un Paese sconfitto come la Germania, ma nelle strade di Milano o di Napoli, fra panni stesi, bancarelle e bande di ragazzini, Bischof sembra scoprire la resistenza umana di una comunità che passa sotto la storia, la sua angoscia cede a tratti il posto alla tenerezza e perfino all'aneddotica ironia. Gli capiterà poche altre volte: nel villaggio indocinese di Barau, che ignorava tempo e guerre, o sulle Ande dove gli venne incontro un ragazzino indio immerso nella melodia del suo flauto, forse l'immagine perfetta che cercava da quando tutto era cominciato. Fu una delle sue ultime immagini. Il fotografo che non volle essere un reporter e non poté essere un artista non visse abbastanza per vedere il futuro delle sue speranze: il 16 maggio 1954 precipitò con la jeep in un burrone dalle parti di Cuzco. Nel 2016 avrebbe compiuto cent'anni, ne visse solo trentotto. Pochi giorni dopo Robert Capa saltò su una mina in Indocina. La storia fu crudele con gli occhi che avevano cercato di vedere oltre le sue spalle.
LA MOSTRA
Le fotografie sono state selezionate dalla mostra dedicata a Werner Bischof in corso a Venezia alla Casa dei Tre Oci (visitabile fino al 25 febbraio). L'esposizione, curata dal figlio del fotografo Marco Bischof, presenta 250 fotografie tratte dai più importanti reportage dell'artista svizzero realizzati in giro per il mondo dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato. La mostra, intitolata a Werner Bischof Fotografie, 1934-1954 è organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate