Esagerato, chiassoso spesso persino volgare. Il brutto è l’altro lato della moda che diventa una tentazione irresistibile per tutti
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"Le cose convenzionalmente belle sono noiose". A parlare così è Lotta Volkova, la stylist russa, co-fondatrice di Vetements – uno dei marchi più ambiti nel panorama internazionale – recentemente definita dal Guardian la donna più cool del momento.
Sull’onda di questa affermazione la moda d’inverno è tornata a esplorare uno stile ironico con un tocco kitsch. Oltre a molte passerelle a sottolineare l’attualità di una moda in bilico tra buono e cattivo gusto è arrivata anche una mostra The Vulgar: Fashion Redefined (Barbican Art Gallery di Londra, fino al 5 febbraio 2017). Attraverso cinque secoli di storia, l’esposizione esplora gli aspetti più eccessivi della moda indagando anche sul kitsch. Un termine, questo, che comparso in Germania alla metà dell’Ottocento per definire oggetti artistici di gusto scadente, è evocato a perfezione da Guido Gozzano quando descrive il salotto in L’amica di nonna Speranza: “Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!) \[…\] un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito salve”.
Nonostante il kitsch non sia una novità, perché questa parola si diffondesse in Italia bisogna aspettare il 1968 quando Gillo Dorfles gli dedicò l’omonimo saggio. Secondo il critico d’arte triestino talvolta: “la moda si impadronisce di stilemi pseudo-artistici o addirittura tipicamente kitsch e se ne serve invertendone il segno, ossia facendo di un’opera di ‘cattivo gusto’ un’opera di gusto raffinato e sofisticato”.
Il fascino del kitsch
A giudicare dalle ultime passerelle pare che a cimentarsi con questo tipo di operazione siano stati in molti. C’è il kitsch concettuale di Vetements, che accosta pantaloni neo-punk a bluse dalle stampe tenui provviste di enormi spalline, c’è quello estremo degli abiti-lampadario di Moschino, quello ironico di Gucci, Acne Studios e Loewe e quello spericolato di Prada che ha mandato in passerella mise composte da giacchine di broccato, cappelli da marinaio e calze di lana spessa lavorate a motivi argyle. Una relazione quella tra il brutto e la moda su cui Prada si è sempre molto concentrata prendendo talvolta esempio da una pioniera del genere: Elsa Schiaparelli. La couturière italiana, che Chanel considerava la sua più grande nemica, di stridenti armonie fece una cifra del suo stile particolarissimo, definito dalla stampa anglosassone “ugly-chic”. Celebri sono rimasti i tailleur con tasche ricamate a forma di bocca e i cappelli-scarpa che aveva realizzato in collaborazione con Salvador Dalì. Tutti concetti che trovano un fervente sostenitore in Charles Baudelaire quando diceva: “l’inatteso, l’irregolare, il sorprendente, lo stupefacente sono parte essenziale e caratteristica della bellezza”.